Ecco alcuni motivi per cui è difficile avere una diagnosi di dislessia in età adulta.

Per formulare una diagnosi di dislessia in età adulta, occorre sottoporsi a test di lettura, scrittura, calcolo, oltre che ad altri test.

Questi test devono essere stati preliminarmente “validati“, cioè prima sottoposti a un campione di soggetti adulti con dislessia. Questo campione deve essere ampio, omogeneo e rappresentativo della popolazione dei soggetti adulti con dislessia.

Somministrando i test a questo campione, si ottengono i valori medi di riferimento dei soggetti adulti dislessici, cioè i punteggi che consentono di capire, in media, quanto tempo impieghi un dislessico adulto a leggere un brano, quanti errori commetta mediamente, quali altri caratteristiche presentino la sua lettura, la sua scrittura, la sua comprensione, ecc.

La stessa procedura può essere ripetuta somministrando quei test a soggetti adulti senza dislessia, per ottenere valori medi di riferimento di soggetti adulti non dislessici e quindi confrontare la prestazione di lettura, scrittura, calcolo e comprensione dei dislessici adulti con quella dei “normolettori” (cioè dei soggetti adulti non dislessici).

Quando poi gli stessi test vengono somministrati ad una persona adulta, che ha il sospetto di avere la dislessia, i punteggi ottenuti da questa persona vengono confrontati con quelli del campione di riferimento, per capire se la sua prestazione si avvicina di più a quella dei soggetti dislessici o dei non dislessici.

Ora, qual è il problema, soprattutto in Italia?

Il campione di riferimento di dislessici adulti italiani è ancora piccolo, quindi non si hanno ancora valori di riferimento e di confronto affidabili. In alcuni ospedali e università italiane, ad esempio Reggio e Emilia e Padova, si stanno facendo ricerche per ampliare il campione e ottenere valori di riferimento e di confronto, ma queste ricerche sono ancora in corso, quindi i valori sono ancora “provvisori”.

Se si sottopongono i test a un soggetto che sospetta di avere la dislessia e si confronta la sua prestazione di con i punteggi ottenuti da un campione ancora piccolo, si tende a sovra-diagnosticare la dislessia, cioè a diagnosticare come dislessico anche chi non lo è.

In questo caso, si parla di “falsi positivi“, cioè di persone che ricevono la diagnosi di dislessia, ma in realtà non sono dislessici, solo che il campione con cui viene confrontata la sua prestazione è così piccolo che contiene sia soggetti dislessici, sia non dislessici, sia dislessici compensati, quindi le prestazioni medie non sono quelle effettive dei dislessici, ma sono spurie.

D’altronde, è difficile reclutare un campione ampio di dislessici adulti, ci vuole tempo e studio dei dati. I valori di riferimento che si ottengono vanno poi aggiornati spesso ed è difficile farlo, per motivi di tempo e di soldi (che nel sistema sanitario sono sempre insufficienti).

Quindi, quando si chiede una diagnosi di dislessia in età adulta, difficilmente, oggi, si può ottenere una diagnosi certa al 100%, ma solo altamente probabile.

Molte diagnosi di dislessia in età adulta potrebbero essere dovute non soltanto alla presenza effettiva di dislessia, ma anche a una dislessia “indotta” dai test utilizzati e dai valori di riferimento ottenuti su un campione ancora troppo piccolo, non omogeneo, non rappresentativo.

Quindi, cosa fare, se da adulti si hai il dubbio che le difficoltà di lettura incontrate nell’infanzia possano essere dovute a una dislessia non diagnosticata da bambini? E’ opportuno andare oltre la diagnosi “categoriale” e procedere con una diagnosi “funzionale”. Che differenza c’è? Presto la seconda parte dell’articolo

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Aiuto i laureati in Psicologia a preparare l'Esame di Stato. Scrivimi a tutor@110elode.net

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