Per ricordare le formule matematiche servono le Mnemotecniche?

 

I corsi di laurea scientifici sono molto impegnativi, prevedono diversi esami scritti, richiedono di svolgere esercizi complicati e di conoscere molte formule matematiche. Il carico di studio richiesto può essere così alto da scoraggiare, può far ripiegare lo studente su tecniche salva-vita basate sulla memorizzazione: associazioni fonetiche, visualizzazioni, fino alle mnemotecniche più strambe con promesse “miracolose”.

In questo modo, può accadere che, invece di semplificare il compito, ci si complichi la vita, “raddoppiando il carico” da memorizzare: non solo tocca ricordare la formula, ma anche la “formula per ricordare la formula”. E così via all’infinito, triplicando, quadruplicando un carico già molto consistente. Dunque: quanto servono la memoria e le mnemotecniche per le formule di chimica, fisica, matematica?

Quello delle formule matematiche è un esempio in cui si rischia di sperimentare una sorta di “effetto paradosso” delle mnemotecniche, e cioè di dimenticare più facilmente, invece che memorizzare più velocemente.

E’ un esempio il cui le tecniche di memoria rischiano di distogliere l’attenzione dalla formula e di concentrarsi sul  ricordarsela più che sul capirla. In questo modo, ci si allontana dalla funzione della formula, dai dati che richiede per essere applicata, dal tipo di problema che consente di risolvere. Si pensa solo a memorizzarla, ci si appiglia alla sua forma grafica per ricordarsela, e poi a chissà cos’altro per ricordarsi come ricordarsela, col rischio di dimenticarsela completamente o di non ricordarsela quando serve.

In sintesi, a forza di cercare e di applicare tecniche per memorizzarla meccanicamente, si trascurano tutti quegli aspetti funzionali necessari per ricordarla davvero. Ci si viene ad auto-privare di quella base di comprensione profonda, partecipe, attiva che è necessaria alla formula per accedere alla “memoria a lungo termine”(cioè per ricordarsela quantomeno per l’esame e per tutti gli esami successivi del corso di studi).

Le mnemotecniche sono dunque da dosare con estrema attenzione, come quei pharmacon dell’antica Grecia, quelle sostanze che in dosi minime, o “opportune”, sono salvifiche. Ma basta una dose in più, e diventano letali: da qui la doppia traduzione di pharmacon sia come “medicina” che come “veleno”. Allo stesso modo, le mnemotecniche possono anche diventare “oblio-tecniche”, producendo un effetto paradossale di far dimenticare più che far memorizzare.

Fossilizzandosi solo sull’operazione del memorizzare, si disperdono le energie per studiare, poiché si svolge un certo tipo di operazione (più meccanica), quando invece il compito ne richiede altre (più funzionali). Rinnegando così anche una preziosa capacità che si acquisisce con lo studio di materie scientifiche: quella di formalizzare la realtà in modo elegante e pulito, senza sbavature. Non esiste solo la “memoria”. Di fronte a una formula dunque, più che cercare, a valle, la tecnica per ricordarla, è utile ripensare, a monte, al proprio essere uno studente di discipline scientifiche, uno *scienziato*. Uno scienziato non è un “ricordatore di dati”, ma un *problem-solver*.