Roma, prima mattinata della Settimana del Cervello 2017

Pensavo di trovare una folla nell’aula 1 della Facoltà di Scienze della Formazione di Roma 3, ad acclamare la crema della neuropsicologia capitolina. Invece, siamo uno sparuto manipolo di coraggiosi, che ha sfidato il frastuono di Piazza Repubblica.

Tutti giovanissimi, a parte me che mi appropinquo agli anta. Da sola totalizzavo più rughe degli occupanti le prime 4 file, che poi erano gli studenti del corso di Psicologia della Comunicazione della laurea triennale, a cui la professoressa avrebbe scalato i crediti, se avessero partecipato.

Dietro: uno scenario sconsigliabile a un acrofobico (chi ha paura del vuoto).

Queste non sono trascrizioni parola per parola degli interventi, ma ricostruzioni. Ho preso appunti sul quaderno, li ho rielaborati e li ho sintetizzati in modo, spero, comprensibile e/o minimamente utile.

Qualcosa l’ho saltata, perché mi sembrava basic, per qualcun altro non lo sarebbe stata e magari valuterà basic i contenuti che ho selezionato, però non avevo altri metri di riferimento. E poi ho già dato il mio prezioso contributo innalzando la media ponderata dell’età degli astanti.  

1. Il neurofisiologo: la diagnosi differenziale con le immagini

La diagnosi differenziale è uno degli argomenti più dibattuti dell’Esame di Stato di Psicologia. Non si fa con il kit della terza prova, ma con il neuroimaging. La  diagnostica per immagini scaturisce dall’integrazione tra medicina, ingegneria e neuropsicologia (sono tornata tutor).

Le “fotografie” statiche o in movimento del cervello possono essere utilizzate per fare diagnosi o diagnosi differenziali, ad esempio per distinguere se un declino cognitivo iniziale possa essere attribuito a una depressione senile oppure a una demenza di Alzheimer.

I sintomi sono simili, quindi si rischia di confondere i due quadri clinici, che però hanno diverse basi neuropsicologiche. Per questo, le neuroimmagini sono utili a discriminarli.

Nelle neuroimmagini, l’Alzheimer si riconosce dall’atrofia ippocampale del lobo temporale, dove inizia ad essere consumato meno glucosio, quindi c’è un cambiamento del metabolismo cerebrale.

E’ importante diagnosticarlo precocementequando la funzione inizia a degenerare, ma ancora non dà segni clinici franchi e il funzionamento della persona non è gravemente compromesso.

Attraverso il confronto tra numerose immagini diagnostiche è possibile anche modellizzare le malattie degenerative del cervello, come l’Alzheimer. Infatti è possibile rilevare pattern frequenti e associabili alla fase di insorgenza.  

La precisione delle attuali immagini diagnostiche  consente anche di prevedere l’evoluzione delle malattie. In base alla struttura e al metabolismo cerebrale, è possibile supporre che entro 2-3 anni molto probabilmente quel paziente diventerà incapace di intendere e di volere. La neurodegenerazione non si arresta, ma si può rallentare. 

Nel caso del Morbo di Parkinson, la diagnostica per immagini  consente di evidenziare una riduzione della dopamina nei gangli della base, coinvolti nel movimento. Esistono,però, molte malattie caratterizzate da deficit o compromissioni motorie.

Anche in questo caso, le immagini consentono di discriminarle, in base ai quadri neurobiologici associati, perché ciascuna di esse colpisce aree specifiche e diverse.

2. La neuropsicologa: il tuo tomtom interno

Cos’è la memoria navigazionale? E’ quella capacità che, come dice Totò nella famosa scena del film, ci consente di sapere “dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare”.

Tecnicamente, quindi, la memoria navigazionale è un processo di codifica ed elaborazione di dati ambientali,  per costruire una mappa del territorio e pianificare degli spostamenti in esso. Insomma, è come un gps interno.

Questa tipologia di memoria sollecita l’attivazione di network neuronali complessi e anche diversi in base alla specifica operazione effettuata, perché quando occorre memorizzare un percorso si attivano reti diverse rispetto a quando occorre memorizzare un luogo statico o quando occorre rievocare un luogo o un percorso.

Ci sono differenze individuali nella memoria navigazionale: c’è chi si orienta subito, anche in un territorio straniero, e chi si perde sotto casa.

Inoltre, alcuni, per orientarsi, alcuni si servono di riferimento allocentrici, ad esempio tengono conto dei punti cardinali, altri si servono di riferimenti egocentrici, ad esempio di alcuni punti specifici ed emotivamente significativi (il negozio all’angolo, ecc).

Perché è importante conoscere le differenze individuali nella memoria navigazionale?
Perché consentono di differenziare tra normalità e patologia.
Perché consentono di compensare eventuali deficit, realizzando strumenti o interventi specifici

Perché sono connessi all’insorgenza di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Infatti, uno dei primi sintomi di demenza è il disorientamento. Il paziente inizia a perdersi, anche in contesti familiari.

Per capire, tuttavia, se questo disorientamento sia attribuibile alla demenza, occorre conoscere la memoria navigazionale di quella persona.

Se è sempre stata scarsa, allora perdersi, da anziano, non è necessariamente un segnale di inizio della demenza, ma è una sua caratteristica che persiste negli anni. Se ha sempre avuto una buona capacità navigazionale, poi inizia a disorientarsi facilmente, è possibile che sia un sintomo di demenza iniziale.

Per confrontare il prima e il dopo, però, occorre valutare la memoria navigazionale con appositi strumenti, conoscere, in media come si distribuisce nella popolazione, quanto variano le differenze individuali e come si evolve nel tempo.

Ci sono anche differenze di genere nella memoria navigazionale. Gli uomini ne possiedono di più, forse perché in origine erano cacciatori, dovevano spostarsi, mentre le donne erano più stanziali.

Tutt’oggi, al centro commerciale, le donne si perdono tra le vetrine, dimenticando dove hanno parcheggiato, mentre gli uomini si ricordano il parcheggio, ma si infastidiscono tra i negozi.

Gli uomini, inoltre, si orientano in modo allocentrico, che è un modo più efficiente rispetto a quello egocentrico, tipicamente femminile.

Gli uomini sanno calcolare meglio le distanze, invece le donne, quando ascoltano “vai avanti per 300 metri, poi gira a destra”, hanno difficoltà a capire a quanta distanza corrispondano “300” metri. Gli uomini, infatti, hanno maggiori capacità spaziali.

Vi sono poi categorie di professionisti che hanno un’elevata capacità navigazionale, ad esempio i piloti. Un po’ perché fanno un addestramento specifico, un po’ per attitudine, perché vengono già selezionati in base al possesso di questa abilità.

Tra piloti maschi e femmine, tuttavia, non c’è tuttavia differenza nelle capacità spaziali e navigazionali. Ad alti livelli, anche le differenze di genere si uniformano.

Inoltre, il possesso di elevate capacità navigazionali, si associa a uno stile cognitivo indipendente dal campo, che infatti prevale tra gli uomini, almeno tra quelli occidentali. Ci sono, infatti, popolazioni, come i pigmei, dove tutti sono indipendenti dal campo, sia maschi che femmine, per questioni di sopravvivenza e adattamento nel loro territorio aperto.

Gli indipendenti dal campo tendono, inoltre ad usare riferimenti allocentrici, che sono quelli associati a migliori competenze navigazionali.

Sono in corso esperimenti per confermare queste differenze di genere, condotti su prove svolte su un “labirinto naturale”, qual è il Policlinico Umberto 1° di Roma. E’ uno spazio molto arzigogolato, che si presta a fare questi esperimenti.

I dati risultanti, non ancora pubblicati, hanno evidenziato che gli indipendenti dal campo ottengono maggiori punteggi in tutte le prove previste dall’esperimento, senza differenze di genere.

Invece tra i dipendenti dal campo sono emerse differenze di genere, perché le donne dipendenti dal campo hanno riportato punteggi inferiori rispetto agli uomini dipendenti dal campo.

3. Il neuropsichiatra infantile: stimolazione cerebrale e dislessia

Attualmente è in sperimentazione la stimolazione cerebrale non invasiva per la dislessia in età evolutiva. I bambini dislessici, infatti, sono lenti e inaccurati nella lettura.

Nel tempo, diventano più accurati, ma rimangono lenti, perché non automatizzano questo processo. In Italia, i dislessici sono il 3% circa.Nei paesi anglosassoni, sono il 10%, a causa del sistema ortografico non trasparente.

La lettura coinvolge diverse aree del cervello. Dopo un training linguistico e fonologico, svolto dai logopedisti, il cervello dei dislessici cambia e si attivano più aree.

Ci vuole tempo però. Sono trattamenti di mesi, spesso di anni, con più sedute a settimana e costi elevati. Per questo, si sta cercando un modo per velocizzare questi cambiamenti cerebrali.

Si sta provando con la stimolazione cerebrale non invasiva, come quella transcranica, giù usata per l’epilessia, oppure negli adulti con disturbi psicotici gravi, con depressione grave o con emicrania.

E’ una tecnica focale, con pochi effetti collaterali, ma che sta suscitando grandi dibattiti etici. Viene percepita da molti genitori come un elettroshock.

Di per sé, la stimolazione cerebrale è quella che già tutti facciamo, quando di pomeriggio prendiamo il caffè per stare più svegli e concentrati.

Ci sono però molti dibattiti sull’applicazione di questa stimolazione sui bambini e che quindi stanno frenando la sperimentazione.

Sugli adulti dislessici sono già disponibili alcuni dati. La stimolazione non invasiva consente di commettere meno errori nella lettura di non parole, di aumentare la velocità del 60% dopo 6 settimane, pari a un’evoluzione spontanea che si ha dopo un anno.

Gli effetti persistono dopo 1 mese. Occorrerebbe fare altri studi per capire se questi effetti possano durare più a lungo.

4. Lo psicologo-psicoterapeuta: psicoterapia e cervello

Le psicoterapie cambiano la struttura del cervello dei pazienti. Lo hanno dimostrato studi recenti sui correlati neurobiologici delle psicoterapie. Fino a 15 anni fa, c’era una scissione tra terapie farmacologiche e psicoterapie. Infatti interrogando gli archivi di ricerca, si constata subito come le ricerche sugli effetti de farmaci siano molto più numerose di quelle sulle psicoterapie.

Le anomalie funzionali del cervello dei depressi, rilevate tramite PET, diventano reversibili dopo la psicoterapia. Nei pazienti ossessivi, dopo la psicoterapia, tramite PEC, si evidenzia un decremento dell’attività del nucleo caudato destro.

La percentuale del decremento correlava con la riduzione dei sintomi ossessivo-compulsivi. La psicoterapia psicodinamica ha mostrato di modificare la funzionalità del cervello dei pazienti borderline.

La stimolazione dei lobi frontali predice se un paziente può trarre maggiore beneficio dai farmaci o dalla psicoterapia.

Un meta-analisi ha confrontato il cervello dei pazienti che avevano seguito una cura farmacologica e di quelli che avevano fatto una psicoterapia. In questi ultimi si osservava una maggiore funzionalità delle aree paracingolate, che mediano tra sistema limbico e corteccia frontale. Questo non si osservata nei pazienti trattati con farmaci.

Tuttavia, le valutazioni sono state diverse, a volte misurando l’attività cerebrale mentre il paziente era impegnato in un compito (in task), altre volte da fermo (in resting). Quindi sono state selezionate solo le ricerche che prevedevano valutazioni in task, e non in resting, e i dati sono stati confermati.

5. Il neurologo: efficienza cognitiva, vigilanza e consapevolezza

Berger, nel 1924, è stato il primo a studiare l’elettroencefalogramma per scoprire le basi fisiologiche dell’attività mentale. Marsi, successivamente, ha specificato che per fare questo, si potevano adottare 4 livelli:

  1. Livello molecolare, possibile solo con gli animali
  2. Livello morale, ancora difficile per gli esseri umani
  3. Livello cognitivo, con i test
  4. Livello fisiologico, con i potenziali evento-correlati

Riguardo a questo 4° livello, occorre analizzare la P300, che su un encefalogramma, corrisponde al momento in cui si registra un’impennata, che corrisponde all’avvenuta codifica di uno stimolo e all’elaborazione del suo significato.

Questo è un indicatore di efficienza cognitiva: infatti, nei giovani, la P300 compare subito dopo uno stimolo. Il loro cervello è fresco, ricettivo e reattivo. Con gli anni, aumenta l’età di latenza.

Questo indicatore è utile anche nei pazienti in coma. In questa condizione occorre valutare vigilanza e coscienza. Se c’è la vigilanza, ma non la coscienza, il coma è vegetativo. Questo si vede anche dalla P300. E’ come se lo stimolo venisse rilevato a livello sensoriale, ma non elaborato. Non c’è l’attribuzione di un significato.

Cosa ho appezzato in questi interventi

Ecco 3 delle tante cose:

  • i relatori, anche parlando di robe serie, hanno saputo aggiungere un tocco di ironia;
  • i relatori, anche parlando di robe astratte, hanno saputo portare esempi concreti;
  •  i relatori, anche parlando di ricerche scientifiche, si sono sempre chiesti le ricadute applicative utili.

Sono un po’ le cose a cui mi sono spesso ispirata in questi 16 anni ormai di tutor. Mille volte mi chiedo se riesco ad esse almeno minimamente utile, nella mia piccolezza.

E’ stata una fortuna oggi poter ascoltare questi giganti, insieme a giovani, impegnati in un percorso di apprendimento, come si è sempre, anche alla soglia degli anta :P.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Ho realizzato il 1° Kit di Preparazione per l'Esame di Stato, con cui ho aiutato ormai 10 generazioni di psicologi ad abilitarsi. Se serve aiuto, scrivimi a tutor@110elode.net