Sintesi del seminario di Neuroeconomia, che si è tenuto al CNR di Roma, dopo la Settimana del Cervello. Qui c’è la locandina e qui un’introduzione del relatore. Prima parte. 

L’uomo è un animale irrazionale

Secondo l’economia classica, l’uomo era un decisore razionale. Poi le neuroscienze, studiando il cervello, sono risalite alle cause dei comportamenti economici, dimostrando che si basano sull’emotività, sulla simpatia, sulla fiducia, e non sul calcolo di costi, vantaggi e svantaggi.

Le differenze tra empatia, simpatia e antipatia

Il termine empatia oggi è fin troppo abusato, in più è un termine filosofico, utilizzato originariamente da Husserl nella fenomenologia. L’empatia consiste nel percepire l’altro come un essere a se stante, portatore di emozioni.

Questa percezione non implica la ricerca nell’altro di ciò che provo io, di ciò che ci accomuna e che ci rende simili, perché questa è la simpatia. L’empatia è la ricerca e il rispetto di ciò che l’altro prova di diverso da me. L’empatia implica un calarsi nei panni dell’altro, ma senza confondersi con l’altro.

L’empatia si prova anche verso gli animali, come sa bene chi ha un cane o un gatto ;). Tuttavia, l’empatia verso l’uomo è più complessa (qui forse i proprietari di un cane o di un gatto potrebbero insorgere ;)), è quella per cui si attiva sia una dimensione emotiva, che cognitiva, che comportano lo sforzo di capire l’altro, dunque richiedono una maggiore consapevolezza di sé, un’identità definita e un processo di sviluppo compiuto.

Perché la neuroeconomia si interessa dell’empatia?

Dal punto di vista neuropsicologico, l’empatia è una funzione dei neuroni specchio, che si attivano osservando un’azione, allo stesso modo in cui si attiverebbero se fosse la persona stessa a compierla.

I neuroni, cioè, riconoscono, nel comportamento osservato un’azione finalizzata, che è un prerequisito per il loro attivarsi. I neuroni specchio sono anche alla base dell’apprendimento per imitazione.

La neuroeconomia si interessa dell’empatia perché cerca di capire la relazione tra biologia, psicologia ed etica, che interagiscono nelle scelte economiche e sociali. La neuroeconomia nasce dall’Economia comportamentale, inaugurata da Kahnema e Tversky, che hanno analizzato i processi decisionali, dimostrando che le scelte economiche avvengono in base a fattori emotivi, personologici e sociali, piuttosto che cognitivi.

Questi due autori hanno falsificato l’idea secondo cui l’uomo cerca di massimizzare l’utilità, ha un ragionamento astratto e logico e ha un comportamento coerente. Infatti, ci sono comportamenti logici, razionali, coerenti, che però non vengono attuati, a favore invece di altri tipi di ragionamenti, dettati dalle emozioni, anche se portano a scelte economicamente meno econvenienti.

Questa però è un po’ un’estremizzazione, perché negli ultimi anni si è passati da un opposto all’altro, dal cognitivismo cartesiano puro all’emotivismo assoluto. In realtà, in ogni scelta, anche economica, c’è sempre sia una componente cognitiva, che emotiva.

In ogni caso, la neuroeconomia ha portato innovazione anche nell’economia, che oggi non è più considerata una scienza matematica, ma psicologica e sociale, come era all’origine, quando studiava il comportamento degli individui in ambito economico.

Ti sei perso gli altri seminari di neuropsicologia della Settimana del Cervello? Ho appreso appunti anche per te, qui.

 

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Ho realizzato il 1° Kit di Preparazione per l'Esame di Stato, con cui ho aiutato ormai 10 generazioni di psicologi ad abilitarsi. Se serve aiuto, scrivimi a tutor@110elode.net