Sindrome del fiocco: cosa fare quando hai superato l’Esame di Stato di Psicologia, ma non ti senti pronta per lavorare come psicologa e inizi a frequentare compulsivamente master

Dedico questo articolo a Emanuela e alle tantissime “Emanuele” che, come lei, si sono laureate in psicologia facendo sacrifici, hanno superato brillantemente l’Esame di Stato, ma non si sentono pronte per iniziare la professione.

Spesso continuano a non sentirsi pronte neanche dopo il master, la scuola di specializzazione, la collezione di attestati e la super-mega-certificazione dell’ennesimo super-mega-corso col super-mega-docente.

Quella sensazione (che conosco bene :P) di non sentirsi mai abbastanza preparati, mai abbastanza competenti per il lavoro e sempre bisognosi di ulteriore formazione, corsi e qualifiche, ha un nome tenero: la “sindrome del fiocco”.

L’immagine del fiocco ricorda la studentessa modello che svolge perfettamente i compiti, prende sempre voti alti, riceve apprezzamenti e incoraggiamenti da insegnanti e genitori, ma non si sente abbastanza brava.

E non se la sente di lasciare il mondo della formazione per il mondo del lavoro.

La sua autoefficacia è legata al ruolo di studente e non si sente in grado di assumere il ruolo di professionista. Quindi provvede, con diligenza, a formarsi ulteriormente, ma più si forma, più quella sindrome si acuisce, perché la formazione continua, invece di aumentare le competenze, finisce per aumentare l’ansia e il senso di inadeguatezza.

I sintomi: la svalutazione di sé

Uno dei sintomi della sindrome del fiocco è la svalutazione di sé, che può avvenire offrendosi continuamente come volontari, svolgendo attività gratuite. Non ci si sente degni di una retribuzione.

Anzi, ci si sente gratificati dal fatto di poter fare esperienza, come se fosse un privilegio gentilmente concesso.

La svalutazione può avvenire anche offrendo servizi in modo gratuito o a prezzi stracciati, palesemente inferiori al valore offerto. Quando poi si chiede un compenso…ahi, ci si sente un impostore, come se si stesse approfittando di una persona in difficoltà, estorcendo con l’inganno un compenso non meritato.

Per questo, la sindrome del fiocco è anche definitasindrome dell’impostore“.

Chi ha la sindrome del fiocco spesso ha la sensazione di dover offrire soluzioni perfette, definitive e assolute e questo spinge a porsi obiettivi irrealistici, quindi destinati a non realizzarsi.

Proprio perché irrealizzabili, chi soffre della sindrome del fiocco finisce per ottenere una conferma della sua incompetenza, anzi talvolta anche a cercare conferme della propria inadeguatezza, che diventa ulteriore motivazione a investire in altri corsi, persistendo nel limbo della formazione e del ruolo di studente, un ruolo familiare, confortevole, protetto, dove sono chiare le regole per riuscire.

Come affrontare la sindrome del fiocco e continuare a formarsi (essendo un dovere etico e deontologico), ma al contempo iniziare a lavorare, senza sentirsi sempre impreparati?

La formazione non è un limbo in cui stare sospesi, in attesa di acquisire competenze definitive. La formazione è un’attività da perseguire sempre, ma in affiancamento a quella lavorativa. Anche per evitare che cada nel vuoto. Per questo, può essere utile, nei primi lavori “psicologici”:

1) porsi con i clienti obiettivi realistici, cioè né troppo ambiziosi e irraggiungibili, né troppo bassi e demotivanti;
2) porsi obiettivi misurabili, per monitorarne il raggiungimento e approntare correttivi in caso di difficoltà;
3) cambiare l’atteggiamento verso l’errore.

L’atteggiamento verso la possibilità di errore

Ecco, a proposito degli errori e delle imperfezioni, spesso si rinvia l’inizio della professione per paura di commettere errori, di non essere perfetti. C’è la sempre la paura (giustificata), che qualcosa, nonostante il massimo impegno,  possa sempre sfuggire (e in effetti sfuggirà sempre). Un rischio che c’è e ci sarà sempre.

Tuttavia, anche il professionista migliore può incontrare difficoltà, può sbagliare e può fallire, senza che questo lo “declassi” a incompetente. Il rischio di errore è ineliminabile, nessun corso e nessuna qualifica ulteriore lo eviterà, e anche il cliente lo sa.

Tuttavia è prioritario proteggere il cliente dalle conseguenze di eventuali errori.

Come trovare il coraggio di immettersi sul mercato del lavoro, di prendere in carico da soli la prima richiesta, accettando il fatto che la performance potrà non essere eccezionale, ma allo stesso tempo proteggendo il cliente dalle conseguenze di eventuali errori?

All’inizio, visto che il rischio di commettere errori è più alto, è preferibile individuare un settore non clinico e circoscrivere una tematica, ad esempio l’autostima, oppure una problematica non gravemente clinica, ad esempio l’ansia da esami universitari, che è un’ansia circoscritta, non pervasiva e generalmente non gravemente invalidante.

Questo non vuol dire che occuparsi di autostima o di difficoltà circoscritte sia facile, perché spesso possono emergere anche in queste occasioni contenuti clinici, tuttavia è preferibile procedere con gradualità, per piccoli passi.

Prendere subito in carico una persona per un colloquio di sostegno, può risultare troppo impegnativo, sia dal punto di vista tecnico che emotivo, oltre che più rischioso per il cliente, se non sei ancora ben “rodato”.

All’inizio può essere quindi preferibile, in relazione alla tematica che hai individuato, organizzare attività divulgative, come un incontro introduttivo sull’autostima o sull’ansia da esami universitari, in cui il tuo ruolo non sia direttivo, ma di facilitatore. 

E’ un piccolo battesimo lavorativo, affrontabile autonomamente anche dopo l’Esame di Stato. Ad esempio, nei seminari divulgativi puoi attivare discussioni oppure proporre alcune definizioni o concetti basici di queste tematiche, in modo che i partecipanti possano confrontarsi.

Le tue conoscenze ti sembreranno elementari, tenderai a svalutarle come banali, eppure per alcune persone possono essere utilissime!

Quindi i seminari divulgativi, oltre a darti la possibilità di immergerti gradualmente nella professione e di acquisire una sicurezza che viene dalla pratica e non dal possesso di tante teorie, preservano dal rischio di gravi errori.

Se dimentichi il nome di un autore mentre illustri una teoria, non succederà nulla. Non stai facendo un’operazione chirurgica su un paziente a cuore aperto in cui è a rischio la salute.

In questo modo acquisisci gradualmente familiarità nell’interagire con le persone che partecipano a un seminario, in un contesto ancora protetto e non severamente clinico e potrai passare allo step successivo, che comunque non sarà ancora la presa in carico di una persona con sintomi clinici.

Come iniziare da attività circoscritte e procedere con gradualità,senza precipitarsi su sostegno e clinica

Dopo i seminari divulgativi, puoi procedere con cicli di 3 seminari divulgativi, mini-corsi o percorsi individuali e di gruppo, sempre brevi e pratici, su quella stessa tematica o problematica circoscritta e non clinica, così da perfezionare ulteriormente la tua abilità nell’interagire con le persone durante un’attività in proprio, senza precipitarti subito in ambito clinico.

Così saprai anche quali siano davvero i loro problemi, le aspettative, i bisogni, i modi di esprimersi, perché spesso sono molto diversi da quelli riportati dai manuali o nei master. Aumentando la tua esperienza con le persone, piano piano ti sentirai tu stesso/a capace di prendere in carico situazioni più complesse.

La parola chiave può essere, dunque, la gradualità, che implica progettare un percorso di attività di diverso livello di difficoltà, in cui le tue competenze crescano piano piano e con delicatezza, offrendo all’inizio un servizio semplice e poi lentamente più complesso.

Come preparare la tua prima, piccola attività, ad esempio il tuo primo, piccolo incontro introduttivo su una tematica di psicologia del benessere o un breve percorso individuale a tema?

Quando progetti la tua prima attività, puoi provare a rispondere a questa domanda: “cosa vorresti che dicesse il tuo cliente dopo che è venuto da te?”. Prova a mettere per iscritto questa risposta. Prenditi tutto il tempo per elaborarla.

Ad esempio, se vuoi occuparti di disturbi d’ansia da esami e offrire un percorso di psicoeducazione agli studenti universitari per affrontare questo disagio, immagina di aver fatto un colloquio con un cliente: cosa vorresti che pensasse dopo il colloquio con te? Per cosa vorresti che ti apprezzasse? Immagina quindi un feedback “anticipato”.

Immagina anche che il tuo cliente poi parli del colloquio con te ad una persona a lui cara: come vorresti che raccontasse l’esperienza del colloquio?

Come sviluppare la tua unicità: nessuno psicologo è uguale all’altro. Non cercare di essere il migliore in assoluto, ma diverso. 

Queste sono possibili domande-stimolo che potranno aiutarti anche per il passo successivo, che può essere quello di definire il tuo modo unico di svolgere la professione.

Ogni professionista, infatti, è diverso dall’altro, anche quando offre lo stesso servizio e appartiene alla stessa categoria professionale.

E’ importante quindi sin dall’inizio sviluppare la tua unicità, perché lavorerai non tanto se sarai il più bravo in assoluto, ma anche e soprattutto se sarai diverso e unico.

E’ importante delineare il tuo modo originale e specifico di essere professionista, o meglio accentuarlo, perché in ogni caso già sei unico: il fatto di aver frequentato lo stesso corso di laurea o di aver superato lo stesso Esame di Stato di Psicologia, non crea automaticamente una fabbrica di individui tutti uguali, “ciclostilati”.

Puntare sull’essere unico, piuttosto che il migliore in assoluto (obiettivo irrealistico), può aiutarti a superare la sindrome del fiocco. Non servirà scoprire il segreto dell’immortalità: puoi renderti utile, anche facendo molto meno, ma a modo tuo ;). 

Sì, ci sono degli standard nella professione, ci sono protocolli da rispettare,essere unici non significa inventare tecniche, perché dobbiamo attenerci a metodologie già validate scientificamente, ma nessuna di queste metodologie si applica in modo meccanico e standardizzato. Ci sarà sempre la tua “firma”: fa che sia riconoscibile. 

Come diventare quello che già sei, cioè unico? Ad esempio, puoi offrire contenuti utili, con un tuo stile personale, con un formato che potrai “inventare” tu, con uno strumento che nel tuo territorio utilizzi solo tu.

Se vuoi occuparti di una tematica e vedi che tutti hanno già offerto  un videocorso, prova a creare un audiocorso, così da venire incontro a chi preferisce apprendere ascoltando piuttosto che guardando filmati.

Se tutti offrono già un seminario divulgativo, puoi organizzarlo anche tu, ma focalizzandolo su una tecnica, un esercizio, un riferimento che ti caratterizzi e ti distingua. Non ci sono standard fissi e rigidi a cui dovrai adeguarti per considerarti finalmente all’altezza.

Sei già unico/a, come persona e come professionista. Evidenzialo più che puoi.  

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Aiuto i laureati in Psicologia a preparare l'Esame di Stato. Scrivimi a tutor@110elode.net

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