“Durante il tirocinio ho solo osservato”: ecco la bugia che molti si trovano a pronunciare all’orale, il cliché ripetuto ormai allo sfinimento, per timore di aver fatto qualcosa che il commissario non gradisce.

In effetti, è comprensibile il timore: secondo alcuni commissari, osservare è troppo poco. Secondo altri è giusto. Secondo altri è troppo. Secondo altri ancora, il tirocinante non può neanche respirare, se non sotto supervisione.

Tralasciando momentaneamente lo spettro delle opinioni riguardo a qualcosa, che è sempre ampio e imprevedibile (quello che è successo alla cuggggina che ha fatto l’eds l’anno scorso, non è una legge universale!), vorrei riflettere sull’osservazione, nobile arte e scienza.

Si dice “ho fatto osservazione” come se fosse qualcosa di facile, ma osservare non equivale a stare lì a guardare, senza fare niente. Osservare non significa stare lì fermi, senza imparare niente.

Non è facile osservare. Sennò i ricercatori non avrebbero bisogno di quei lunghi training per diventare osservatori.

Si può apprendere tanto, osservando. Zio Bandura ci ha montato tutta quella teoria, partendo dall’osservazione, e lui non è proprio l’ultimo arrivato.

Santi tutti gli psicologi che fanno osservazione strutturata con le schede funzionali ABC, per modificare i comportamenti-problema dei bambini, perché senza quella preziosissima e precisissima fase, l’intervento non potrebbe neanche essere impostato.

Secondo me, che non sono nessuno, ma ho aiutato con la massima umiltà e prudenza ormai 11 generazioni di psicologi ad abilitarsi, osservare è un’eccellente fonte di apprendimento, da valorizzare all’orale, purché appunto sia stata un’osservazione vera, vissuta, precisa, coi controfiocchi, con i propri quadernini su cui si è sudato, appreso, sofferto, da cui si sono ricavati apprendimenti sostanziali che hanno cambiato il modo di vedere la professione, di fare valutazioni, di impostare interventi (tutte robe però da rendicontare all’orale).

Vale più un’osservazione fatta bene in metropolitana da Anagnina a Battistini (capolinea romani), che un master costoso in tecniche di osservazione fatto scaldando la sedia.

Se si dice “ho fatto osservazione” tanto per dire, tanto per sentirsi più sicuri (sotto questo cielo, difficile sentirsi sicuri), non ha senso e non garantisce l’incolumità, anzi. Il commissario sgama che il candidato non la sta dicendo tutta o che forse è stato messo all’angoletto a fare da tappezzeria, da statuita. Il che può essere vero, ma si può scegliere di essere una statuina che apprende.

Tu cosa ne pensi dell’osservazione e del rapporto tra psicologo e osservazione come strumento di valutazione, di apprendimento e aggiornamento, e di intervento?

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Ho realizzato il 1° Kit di Preparazione per l'Esame di Stato, con cui ho aiutato ormai 10 generazioni di psicologi ad abilitarsi. Se serve aiuto, scrivimi a tutor@110elode.net