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Nella prima, seconda e terza prova, sono generalmente richiesti “strumenti di valutazione e/o metodi di indagine”. Ma con quali criteri vanno usati?


Dato che l’Esame di Stato di Psicologia è un esame di abilitazione, si auspica che lo psicologo conosca test, questionari, modalità varie, sia quantitative che qualitative, per valutare una situazione.

Sono attrezzi del mestiere e aiutano lo psicologo ad essere efficace ed efficiente.

Così egli può fare un quadro iniziale della situazione, poi interviene, poi farà un quadro finale, per capire se il suo intervento abbia cambiato quella situazione, l’abbia migliorata o almeno abbia evitato un peggioramento.

Quindi ok, qualche strumento bisogna pur conoscerlo.

Da qui a trasformare questa richiesta in modo feticista, rincorrendo l’ultimo test, affastellando migliaia di strumenti minuziosi per ogni singolo possibile costrutto… il passo è breve.

I rischi del “feticismo” dei test

Il “feticcio” è un oggetto rassicurante, semplificato perché riduce la complessità a un unico elemento maneggiabile, sostituisce il tutto con una parte e dà l’illusione di potere e di controllo, ma è appunto un’illusione.

Il feticismo dei test è sempre in agguato, anche a causa della comprensibile ansia (capisco, ci sono passata!), che poi spinge a uno studio nozionistico-ossessivo, stressante, penalizzante e rischioso.

Gli stessi prof, del resto, non conoscono tutti i test del mondo.

Spesso tanti test non sono validati in Italia o non sono recenti. In Italia non ci sono soldi per validare mille test.

Non serve quindi il feticismo ;).

Che fare per esibire la conoscenza di test e modalità di valutazione, senza dover impazzire, senza affastellare nomi di test improbabili e “peregrini”, ignoti agli stessi prof?

E che fare quando magari non esistono test per un costrutto?

Analizzare la teoria relativa al costrutto

Può capitare infatti che gli autori di una teoria non abbiano costruito uno strumento basato sulla loro teoria e neanche altri hanno costruito uno strumento basato su quella teoria. 

In questo caso, puoi ricavare gli indicatori di valutazione direttamente dalla teoria.

È un lavoro diverso dal memorizzare il nome o la struttura di un test, un lavoro di ragionamento, ma affrontabile!

Per capire meglio, partiamo da un presupposto: ogni teoria è anche uno strumento di valutazione.

Infatti, ogni teoria focalizza un aspetto, cioè dirige l’attenzione verso un aspetto.

Ecco un esempio basato sulla teoria del Goal Setting di Locke e Latham

La teoria del Goal Setting concentra su un elemento: l’obiettivo.

Questa teoria, semplificando, dice che è importante avere un obiettivo (personale, professionale, sportivo, ecc.).

Quest’obiettivo deve essere realistico, ed emotivamente significativo, così da mobilitare la persona, incoraggiarla quando incontra un ostacolo, aiutarla a gestire la frustrazione che può incontrare.

Non serve, né avrebbe molto senso, un test specifico per “misurare un obiettivo”.

Questo elemento (= l’obiettivo) si può valutare attraverso indicatori di esito e indicatori di processo, ricavati dalla teoria stessa.

Indicatori di esito

Gli indicatori di esito riguardano il “cosa”, cioè la presenza di quell’elemento con le sue caratteristiche.

Quella persona si è posta un obiettivo? È realistico? Quali sono le caratteristiche di quell’obiettivo? La persona ha le risorse per raggiungere quell’obiettivo?

Questa teoria infatti, focalizzata sull’obiettivo, invita il professionista a considerare tutti questi aspetti di un obiettivo, quindi per valutarlo, occorre descrivere questi indicatori.

Indicatori di processo

Gli indicatori di processo riguardano invece il “come”, cioè le modalità attraverso cui la persona si è preposta quell’obiettivo.

Come ha formulato quell’obiettivo? Glielo hanno imposto o lo ha scelto in autonomia? Quali sono i passi da mettere in atto per raggiungerlo?

Anche questi sono indicatori suggeriti dalla stessa teoria, che dà importanza non solo al “cosa” (all’obiettivo in sé), ma anche al “come”.

Secondo la teoria del Goal Setting, infatti, un obiettivo, per avere più possibilità di essere raggiunto, è importante che venga formulato in modo democratico, cioè che tutte le persone coinvolte nel loro raggiungimento, contribuiscano a definirlo, in un clima cooperativo e non rigido e autoritaristico.

Questi, quindi, sono gli “strumenti d valutazione e metodi di indagine” associati a quella teoria (che non ha un test specifico, né avrebbe senso).

Un altro modo per ricavarsi uno strumento di valutazione è considerare un ambito.

Ad esempio, porsi un obiettivo è importante nell’ambito delle organizzazioni, per valutare la produttività di un gruppo di lavoro, di un reparto aziendale, ecc.

Allora, si può usare un test che valuta complessivamente l’azienda, ad esempio che valuti il clima e la cultura, come la classificazione di Enriquez, che distingue cultura autoritaria, democratica, paternalistica, burocratica, tecnologica.

Ecco, anche da questa classificazione si desumono indirettamente anche gli obiettivi: in una cultura autoritaria, c’è un capo che impone obiettivi, in una cultura democratica, gli obiettivi si decidono insieme.

Quindi in questo caso, è l’ambito a suggerire lo strumento, più che il costrutto considerato isolatamente e astrattamente.


Attenzione quindi al “feticismo” dei test, cioè alla ricerca spasmodica di uno specifico test per ogni minimo costrutto, anche quando gli stessi autori della teoria non lo hanno fatto.

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