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Il test non serve per confermare un’ipotesi, ma il contrario :D.


Sembra controintuitivo, ma se faccio un’ipotesi, ad esempio di disturbo d’ansia, e poi faccio il test sull’ansia per confermarla, il processo diventa autoreferenziale: mi canto e mi suono da sola.

Ma soprattutto, agisce il “bias confirmatorio”: se faccio un’ipotesi su una persona, sarò portata a trovare conferme, ignorando le disconferme.

E se voglio trovare conferme, non ci vuole niente, le troverò subito, qualunque sia la mia ipotesi.

Come in criminologia: si ipotizza che tizio sia l’assassino, ed ecco che spuntano le prove a dimostrazione di ciò.

Qualunque cosa, anche neutra, diventa una prova inconfutabile.

Questo però è un procedimento che si definisce “verificazionista” e che non è scientifico.

Lo può usare Bruno Vespa nei salotti televisivi: quando faceva la trasmissione sui delitti, decideva che Tizio era l’assassino, ed ecco che qualunque cosa, anche un battito di ciglia, il capello fuori posto, una parola piuttosto che un’altra, ecc., tutto confluiva verso quell’ipotesi.

Un criminologo o psicologo però non lo fa, ma piuttosto usa il procedimento falsificazionista, cioè sottopone a continue disconferme la sua ipotesi.

La mette alla prova, per capire se resiste. Finché regge, è accettata, ma cmq sempre provvisoria, cioè aperta a revisioni, mai scolpita nella roccia.

È il motivo per cui si fa sempre una batteria di test: così ho un quadro completo, allargo la visuale, vado oltre quello che ipotizzavo.

I test possono darmi info che non emergono nel colloquio oppure che il clinico, anche bravo, può non cogliere, anche perché pure i clinici bravi sono soggetti al bias confirmatorio!

Però lo sanno, per cui a maggior ragione non si fidano delle ipotesi che fanno e ricostruiscono un quadro completo del funzionamento della persona.

La stessa ipotesi, dentro un quadro completo, assume un significato diverso.

Infatti, se faccio solo un test sull’ansia e risulta l’ansia, magari vado a intervenire sull’ansia. Se ho un quadro completo, quel disturbo d’ansia potrebbe assumere un significato diverso, ad esempio essere espressione di un disturbo di personalità dipendente.

Magari quella persona ha l’ansia perché ha paura di essere abbandonata, perché pensa che da sola non possa sopravvivere e quindi magari va ad imbarcarsi in relazioni pericolose, accettando anche soprusi, pur di non rimanere sola (situazione da lei vissuta come più minacciosa del fatto magari di subire soprusi).

Quindi ha l’ansia di essere lasciata.

Se intervengo sull’ansia, e magari le insegno una super-mega-tecnica di rilassamento imparata nel super-meta-master dove ho preso la super-mega-certificazione, azzittisco l’ansia, colludendo con il disturbo dipendente, così quel disturbo andrà avanti senza neanche il fastidio dell’ansia, e magari quella persona poi ce la ritroviamo in qualche giornale di cronaca nera.

Il quadro completo, la gestalt con tutti gli elementi collegati tra loro, fa assumere un significato diverso ad ogni elemento, magari un significato che solo da osservazioni e colloqui non sarebbe emerso.


Per cui non si fanno i test per confermare le ipotesi, ma per avere un quadro completo, dove riconsiderare quell’ipotesi ed evitare di innamorarsi di un’ipotesi. Le conferme definitive lasciamole al vespone nazionale.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net