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Lo studio ti rende sapiente o saggio?


La sapienza indica le conoscenze possedute: quante cose sai, quanti autori ricordi, quante nozioni hai assimilato.

Generalmente, si acquisisce dai libri o da un insegnante, in percorsi di apprendimento strutturato.

Spesso si tratta di conoscenze astratte, perché anche quando la persona sa ripeterle, non è scontato che sappia anche applicarle e che riconosca quando e come applicarle.

È come se restassero dentro la sua testa: d’altronde la dea Minerva, simbolo della sapienza, è nata direttamente dal cervello di Giove!

Ci sono persone molto sapienti e colte, ma rigide e quando passano all’azione non sono efficienti e agili.

La saggezza indica le conoscenze pratiche e le intuizioni che derivano dall’esperienza e aiutano a comprendere la realtà, rendono le persone riflessive e i comportamenti flessibili.

Persone poco istruite possono essere molto sagge, avendo imparato dall’esperienza, dalla pratica e spesso dalla sofferenza.

Non sempre riescono a esprimere ciò che hanno imparato e a dare una forma strutturata a queste conoscenze, ma le applicano con flessibilità ed efficacia.

Come diceva Morin, “meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

La sfida è trasformare le conoscenze dei libri e degli insegnanti in fonte non solo di sapienza, per accrescere il proprio patrimonio culturale.

E’ un gesto nobile, ma rischia di essere autoreferenziale.

Serve anche e soprattutto di saggezza, cioè utilizzarle concretamente per comprendere, agire e affrontare temi e problemi.

È quello che è chiamato a fare lo psicologo e che si fa per l’Esame di Stato: non solo esporre conoscenze, per dimostrare che sono state memorizzate, anche perché già si è stati giudicati per 5 anni per questa operazione ed è assodato che tutti sappiano farla.

Adesso è il momento di evidenziarne anche l’ambito applicativo, cioè il contesto e l’attività in cui possono essere proficuamente utilizzate.

Non solo esibire cosa sai, ma cosa fai con quello che sai.

Per poter trasformare la sapienza in saggezza, è utile però allenarsi a farlo anche nella propria quotidianità, ancor prima che durante la sessione di studio.

Quindi è utile cambiare il metodo di studio e non confinare tutto a sessioni di lettura e schematizzazioni per memorizzare più cose possibili, ma porsi domande.

Ad esempio, questa teoria vale anche per me?

Quello che dice questo autore mi serve a qualcosa?

Mi aiuta a osservare un aspetto della realtà a cui non avevo fatto caso, descrive una procedura che possono applicare?


In questo modo la sessione di studio non si riduce solo all’ora faticosamente ritagliata tra impegni lavorativi e familiari, ma si amplia a tutta la giornata, dove il libro diventa la realtà che osservi.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net