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Definizione

Il termine “resilienza” deriva dal latino re-salio, rafforzamento del verbo salio, che significa “saltare, rimbalzare” ed è stato coniato in fisica dei materiali, per indicare la resistenza di un materiale dopo una prova d’urto, quindi la sua capacità di tornare allo stato precedente, senza deformarsi, dopo essere stato sottoposto a pressioni esterne. Il termine “resilienza” è stato poi oggetto di numerose teorizzazioni in ambito psicologico, sociologico, pedagogico, per indicare la resistenza allo stress, la capacità di uscire indenni da situazioni problematiche, sapendole fronteggiare efficacemente.

Teorie recenti

Secondo Piccardo (1995), la resilienza può essere scomposta in quattro principali componenti: il locus of control (Rotter, 1966)[1]; l’autoefficacia (Bandura, 1978)[2]; la speranza appresa (Seligman, 1975) e il pensiero positivo operativo (operative positive thinking) (Buchanan & Seligman, 1995).

Per quanto riguarda il locus of control, questo costrutto rappresenta la modalità preferenziale con cui una persona valuta la causalità di un evento, riconducendola a fattori indipendenti dalla sua volontà (locus of control esterno) oppure che ricadono sotto il suo controllo (locus of control interno) (Rotter, 1966). Il locus of control interno facilita la resilienza, promuovendo l’assunzione di responsabilità e la convinzione di poter controllare gli eventi, senza doverli subire passivamente. Per quanto riguarda l’autoefficacia, essa risiede nell’autovalutazione realistica della propria possibilità di riuscita in un compito specifico (Bandura, 1978). Anche un’elevata autoefficacia facilita la resilienza. Un’altra componente costitutiva della resilienza è la speranza appresa (Seligman, 1975), un costrutto opposto ad un altro, formulato dallo stesso autore, che è quello dell’impotenza appresa (Seligman, 1975). Quest’ultima indica un vissuto di rassegnazione, che promuove una reazione passiva, di rinuncia a intervenire su un evento, perché si perde la fiducia nella possibilità di riuscita.  La speranza appresa è invece la fiducia nell’esito positivo dei propri sforzi, che infonde motivazione nel compierli. 

Infine, il pensiero positivo operativo (operative positive thinking) (Buchanan & Seligman, 1995,) non risiede in un generico ottimismo, quanto nel riconoscimento che si possa contribuire attivamente a risolvere i problemi, chiarendoli preliminarmente, soffermando l’attenzione sulle risorse invece che soltanto sui vincoli di un contesto. Il pensiero positivo operativo è basato, dunque, su uno specifico stile esplicativo, caratterizzato da stabilità (contrapposta alla temporaneità), globalità (contrapposta a specificità) e locus interno. L’individuo, in questo caso, tende a fornire una spiegazione momentanea dell’evento negativo, piuttosto che come dimostrazione di un andamento irrimediabilmente negativo degli eventi e senza dunque desumerne una valutazione globale negativa di sé come incapace.

Recentemente, anche Cyrulnik (1999) ha riconosciuto l’importanza della qualità dei legami stabiliti prima e dopo l’evento traumatico, che mediano gli effetti dello stress subìto e al contempo sottolineano il limite del soggetto che, da solo, non può presumere di superare la sofferenza. Per quante risorse egli possa avere, non può isolarsi, presumendo di lottare eroicamente come i titani, poiché anche la consapevolezza dei propri limiti è un fattore di resilienza.

Se invece le relazioni primarie sono risultate disfunzionali, la funzione riflessiva può non essere adeguatamente sollecitata e sviluppata, dunque il soggetto resta privo di una risorsa centrale per la gestione di sé, soprattutto negli eventi critici. Le perturbazioni nelle relazioni primarie possono essere dovute anche a traumi subiti dal caregiver e non elaborati.

Ricerca

Oltre alle ricerche connesse alle singole componenti della resilienza, Cyrulnik (1999), uno dei più grandi esperti mondiali attuali della resilienza, ha compiuto altri studi teorici ed empirici dai quali è emersa l’importanza della qualità dei legami stabiliti prima e dopo l’evento stressante o traumatico, che influenzano la resilienza e sottolineano il limite dell’individuo che, da solo, non può sempre presumere di superare la sofferenza. Per quante risorse egli possa avere, non può isolarsi, presumendo di lottare come i titani, poiché anche la consapevolezza dei propri limiti è un fattore di resilienza.

Se invece le relazioni primarie sono risultate disfunzionali, la funzione riflessiva può non essere adeguatamente sollecitata e sviluppata, dunque l’individuo rischia di non poter contare su una risorsa centrale per la gestione di sé, soprattutto negli eventi critici. Le perturbazioni nelle relazioni primarie possono essere dovute anche a traumi subìti a sua volta dal caregiver e non elaborati.

Limiti

Le componenti della resilienza, nei numerosi contribuiti teorici ed empirici prodotti negli ultimi decenni e in quelli sistematizzati da ricercatori ed esperti come la Piccardo (1995), fanno riferimento prevalentemente a una dotazione individuale, suscettibile di essere ampliata e potenziata. In questo modo, però, rischiano di “colpevolizzare” chi non riesce a resistere allo stress, che potrebbe sentirsi inadeguato e abbattersi ancora di più, osservando con soggezione gli altri che sembrano “eroi invincibili”. Tra l’altro, la resilienza non è mai assoluta, totale, acquisita una volta per tutte, ma varia a seconda delle circostanze, della natura dello stress e del trauma, del contesto e del ciclo di vita. Essa aiuta a superare le difficoltà, ma non rende invincibili gli individui, né immuni dalla sofferenza, e chi non prova un dolore che sente come non affrontabile, che in alcuni momenti sente di non avere le forze, ha diritto ad essere ascoltato e accolto, non giudicato come privo di energie per lottare.

Strumenti

La resilienza può essere indagata con colloqui, osservazioni o strumenti come la Connor-Davidson Resilience Scale (CD-RISC; Connor & Davidson, 2003), un questionario self-report di 25 item su scala Likert a 5 punti, in cui un punteggio alto corrisponde ad un maggior grado di resilienza. La CD-RISC è costituita da cinque fattori: competenza personale e tenacia (8 item); self-confidence e gestione delle emozioni negative (7 item); accettazione positiva del cambiamento e le relazioni sicure (5 item); controllo (3 item); influenze spirituali (2 item).

Ambiti applicativi: dalla teoria alla pratica

La resilienza può costituire l’obiettivo generale di un progetto di promozione della salute in diversi ambiti, ad esempio nella Psicologia dello sviluppo e nella Psicologia Scolastica, per educare i bambini ad acquisire abilità di gestione delle difficoltà e delle circostanze potenzialmente stressanti e traumatiche, in Psicologia del Benessere, per promuovere lo sviluppo di resilienza e di fiducia in sé stessi e negli altri, in Psicologia Clinica, per aiutare pazienti che presentano forme di trauma o sintomi di stress e disagio, in Psicologia del Lavoro, per aiutare manager, leader, lavoratori dipendenti e liberi professionisti a gestire contesti e situazioni stressanti.

Il progetto si può dividere in 3 fasi.

Nella prima fase lo psicologo illustra le caratteristiche della resilienza e le sue implicazioni per il benessere e lo sviluppo del singolo, del gruppo e della comunità, soprattutto in presenza di circostanze traumatiche o di cambiamenti nello stile di vita. Nella seconda fase, lo psicologo predispone un confronto di gruppo, esortando i partecipanti ad esporre le proprie strategie di gestione dello stress, del trauma e del conflitto, anche con esempi tratti dalla propria esperienza di vita. In questo modo, viene rafforzata la resilienza di gruppo e si motiva ciascun membro ad acquisire una visione più ottimistica delle proprie risorse e di quelle del contesto.

Nella terza fase, lo psicologo trasmette strategie di empowerment delle risorse individuali e di gruppo, per stimolare lo sviluppo di uno stato mentale più ottimistico e l’acquisizione di abilità connesse alla resilienza, che non è solo un tratto di personalità ma anche una specifica abilità psicosociale.

[1] È stato trattato nel tema sugli stili attributivi. Ora, quindi, sarà riportato in modo molto sintetico.

[2] È stato trattato nel tema sull’apprendimento.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor per studenti lavoratori di Psicologia e TFA. Scrivimi a tutor@110elode.net per aiuto tesi.