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I fattori che espongono al rischio di disturbi affettivi si configurano come una serie di perdite, di natura biologica, psicologica e sociale.


Innanzitutto, l’invecchiamento comporta una degenerazione dei tessuti cellulari e cerebrali: in quest’ultimo caso comporta una diminuzione delle arborizzazioni dendridiche, una meno frequente creazione di sinapsi tra neurone e neurone, una riduzione della mielinizzazione degli assoni.

Il tutto si concretizza in una minore efficienza nella trasmissione e nell’elaborazione delle informazioni.

A questo proposito è stato utilizzata spesso la metafora del computer ormai vecchio, che lavora lentamente e con scarse funzionalità.

I danni al cervello si ripercuotono anche sull’energia, sull’efficienza e sulle potenzialità dell’intero organismo, dunque l’anziano risulta meno resistente allo sforzo fisico, meno accurato nell’esecuzione di compiti, specie quelli che richiedono velocità, più vulnerabile alle malattie.

La perdita della salute determina anche l’ingresso nel sistema sanitario, dove l’anziano assume il ruolo di paziente, spesso ospedalizzato, con sensazioni di dipendenza, di perdita di autonomia, di soggezione di fronte all’autorità del medico che prescrive medicine o si esprime in termini tecnici e incomprensibili, accrescendo la sensazione di essere un oggetto affidato alla cura altrui.

I controlli sulla salute diventano frequenti, quindi l’anziano deve sottoporsi continuamente a visite ed esami spesso invasivi, seguire il regime alimentare prescritto, assumere diversi farmaci.

Tutto ciò può costituite un fattore di stress ed abbassare la percezione di autoefficacia, in quanto le prescrizioni, le ricette, le limitazioni da osservare confermano continuamente all’anziano l’immagine di un sé debilitato e inefficiente.

Nella maturità e vecchiaia, dai quaranta anni in poi, secondo Erik Erikson l’uomo è posto di fronte a due alternative: integrità dell’Io contro disperazione.

Il tempo e le energie rimanenti sono minori di quelle già spese, per cui viene a diminuire la progettualità a favore di riflessioni sul passato e bilanci.

Se non si giunge all’accettazione della propria vita e delle scelte compiute, può scaturire senso di disperazione, accentuato dalla paura della morte.

Infatti, l’età senile coincide con il ritiro dall’attività lavorativa, che può suscitare senso di vuoto e richiede una riorganizzazione totale della propria giornata: vengono a mancare routine stabilizzate da lungo tempo, contatti sociali e opportunità di sentirsi produttivi.

Ciò costituisce uno stress nell’attuale società basata sulla produttività e sul consumo: all’anziano vengono a mancare dunque due elementi che strutturavano la sua identità, cioè l’immagine corporea e lo status sociale conferito dalla professione.

Si riduce il suo ruolo sociale e familiare e si dilata il tempo libero: la giornata, prima freneticamente occupata da attività lavorative e frequentazioni sociali, diventa improvvisamente vuota e si ha difficoltà a riempirla, poiché la precedente professione spesso assorbiva tutto il tempo disponibile, senza concedere la possibilità di coltivare che possano compensare il vuoto.

Per quanto riguarda le variabili sociali, che pongono l’anziano a rischio di strutturare un disturbo dell’umore, vi è innanzitutto il pensionamento.

Esso costituisce anche un problema economico e comporta un maggior controllo delle spese, che vengono ad essere unicamente rivolte a beni alimentari ed assistenza medica, precludendo la possibilità di coltivare hobby e concedersi gratificazioni, per cui si chiude l’accesso ad esperienze potenzialmente creative che possano compensare il ritiro dalle attività produttive.

Le occasioni di contatto sociale si riducono poiché l’anziano vive ripetutamente esperienze di lutto e di perdita di persone che frequentava, divenute anziane o ammalate.

La riduzione della rete sociale è fonte di solitudine reale (l’essere soli) e di quella psicologica (il sentirsi soli). 

Le difficoltà emotive e sociali, l’essere ancorati al passato e avere difficoltà ad aggiornarsi e ad accettare i costumi e i valori delle generazioni più giovani, generano senso di inadeguatezza, sfiducia e disadattamento.

A ciò può seguire il rifugio nei valori religiosi, le cui pratiche danno una nuova scansione alle giornate e infondono speranza, modulando la paura e il pensiero ricorrente della morte.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net