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In ambito medico, sociologico e psicologico vi è un accordo nel considerare il benessere come multidimensionale, cioè non determinato da un unico fattore, quanto  risultante dall’interazione di variabili di diversa natura.


Tuttavia, in ambito medico prevale una concezione salutista di benessere, identificato nell’efficienza fisica, nell’igiene, nell’alimentazione, nell’assenza di patologie gravi e invalidanti: dunque, anche i progetti di prevenzione e di intervento rispecchiano questa impostazione e sono tesi a rilevare le condizioni mediche dell’anziano per somministrare farmaci o inviare a strutture di riabilitazione e cura. 

In ambito sociologico si evidenzia l’importanza di fattori oggettivi, quali l’alloggio, lo status socio-economico, la presenza di una rete di servizi assistenziali.

Anche i programmi di questo stampo fissano standard di “qualità della vita” basati su comfort dell’abitazione, risorse finanziarie sufficienti, servizi sociali disponibili sul territorio, presenza di una rete di sostegno familiare, sociale e sanitario.

Secondo queste due prospettive, il benessere è considerato quantificabile, rilevabile mediante indici precisi: tuttavia, non spiegano perché, anche in presenza di salute e di condizioni sociali e materiali soddisfacenti, possano comparire insoddisfazione e malessere, fino a cronicizzarsi in patologie affettive, come i disturbi dell’umore. 

In ambito psicologico sono state invece studiate le funzionalità cognitive, comportamentali ed emotive: il criterio di riferimento per valutare il benessere è l’esperienza di vita soggettiva, dunque non vi sono indicatori standard, poiché oltre al benessere materiale, è presente un benessere “percepito” che può discordare da quello esteriore.

L’analisi fattoriale delle scale di benessere risultano basate su 3 variabili: valutazione cognitiva, affetto positivo e affetto negativo.

Alcuni dati risultanti dalla somministrazione di queste scale sembrano confermare lo stereotipo dell’anziano prevalentemente pessimista e rassegnato, con una predominanza di emozioni negative rispetto a quelle positive.

La depressione senile sembra un fenomeno diffuso e quasi ovvio, tuttavia questi risultati sono oggi in discussione e si cerca di delineare in modo più differenziato la gamma di emozioni provate dall’anziano e il loro possibile valore di motus, cioè di spinta all’azione, di risorsa positiva e di leva per promuovere uno stile di vita attivo.

Questi risultati potrebbero infatti costituire una profezia che si autoavvera, poiché le caratteristiche di deterioramento associate all’invecchiamento possono indurre a concentrare le indagini su stati d’animo che ci si aspetta di trovare.

La ricerca sulle emozioni positive è stata meno approfondita di quella sulle emozioni negative, ma costituisce oggi un’area in espansione, proprio perché è cambiato il paradigma dell’anziano ed egli non è più visto come un soggetto ormai ritiratosi dalla vita produttiva, ma come ancora capace di offrire un prezioso contributo.

Studi sul benessere degli anziani

Nel precedente paragrafo si è anticipato come lo stereotipo dell’anziano possa aver influenzato anche le ricerche sul settore, dirigendole nel valutare gli aspetti di decadimento dell’invecchiamento, più che nell’esplorare e scoprire anche le risorse positive, in grado di prolungare indefinitamente il ruolo attivo dell’anziano e trasformare il suo benessere da “assenza” di elementi negativi a presenza di risorse positive.

Si riflette ora su come gli studi psicosociali sugli anziani abbiano soffermato l’attenzione sul “funzionamento” dell’anziano, valutando le sue competenze cognitive e sociali, misurandone l’efficienza, programmando interventi di potenziamento delle abilità residue.

Dunque siano stati spesso guidati da una visione meccanicista dell’anziano,  orientata prevalentemente a quantificare il deterioramento e preoccupata di fornire un sostegno alle funzionalità mnemoniche, comportamentali, “tecniche”.

Invece, l’approfondimento dei guadagni, delle trasformazioni positive, delle acquisizioni dell’età senile, non ha ricevuto altrettante attenzioni.

Sono stati sottolineati soprattutto gli aspetti negativi e le situazioni patologiche come la depressione, restituendo quindi un profilo dell’anziano quasi costitutivamente affetto da disturbi dell’umore, tendente alla passività e alla nostalgia, ripiegato malinconicamente su se stesso e sul passato, in modo non dissimile dalle olografie fornite dalla letteratura e dagli stereotipi presenti nell’immaginario collettivo.

Oggi la ricerca sull’affettività è sostenuta da una diversa filosofia del benessere e degli anziani, che si propone di valorizzare l’emotività positiva e promuovere uno stile di vita attivo (active aging).

Anche gli interventi rivolti agli anziani erano spesso rivolti alla riabilitazione, cioè al sostegno di deficit, mentre si può ipotizzare come una stimolazione rivolta alla parte emotiva e un arricchimento affettivo possano contribuire a compensare le perdite di status e di funzionalità, come si illustrerà nel successivo paragrafo.

Il Modello SOC

Gli stereotipi e gli studi psicosociali e medici sull’invecchiamento hanno dunque evidenziato i deficit, ma non hanno sottolineato le strategie di compensazione delle perdite, cioè i “guadagni”, i compensi e le sostituzioni. 

Quando decade un’abilità, l’organismo, inteso come unità biopsicofisica, può sviluppare mezzi compensativi o sostitutivi per adattarsi, creare nuove abilità che rimpiazzano quella divenuta inefficiente o ricorrere a diversi mezzi di esecuzione di un compito, quando quelli tradizionali sono divenuti precari.

Dunque, vi è una tendenza, che può essere opportunamente stimolata, a trasformarsi e generare un nuovo repertorio di azioni che, senza la perdita, non avrebbe avuto modo di prodursi.

Dunque, l’invecchiamento di successo non è compromesso dalla perdita di abilità, quanto dalla mancanza di flessibilità nel reagirvi.

La crisi della vecchiaia non esita fatalmente nel decadimento e nel disimpegno, ma può costituire un’opportunità di trasformazione positiva, di rinnovamento creativo del proprio armamentario di abilità e abitudini e di ridefinizione del Sé altrettanto soddisfacente.

Il Modello SOC sintetizza alcune procedure di aggiustamento e compensazione che consentono di ricostruire uno stile comportamentale equilibrato, calcolando e bilanciano perdite e guadagni: l’acronimo sta per “selezione, ottimizzazione e compensazione”.

La selezione consiste nel ridurre lo spettro di attività, anche in ragione della diminuita resistenza fisica, scegliendone alcune a cui dedicarsi più intensivamente e in cui dunque è possibile mantenere alti livelli di rendimento.

L’ottimizzazione consiste nell’elaborare nuove strategie per affrontare i compiti,  servendosi anche di “protesi” tecnologiche che consentano di dispensare l’anziano da alcuni sforzi e risparmiare energia da investire sugli ambiti selezionati.

Infine la compensazione consiste nella sostituzione di mezzi, nel dosaggio bilanciato di attività, stabilendo diversi obiettivi in luogo di vecchi standard.

La sintesi si queste tre procedure può essere identificata nell’ottimizzazione selettiva con compensazione.

Il modello è stato esemplificato anche dal pianista Rubistein in un’intervista televisiva, dove dichiarò di aver ridotto il repertorio musicale (selezione), concentrando i suoi sforzi nell’eseguire perfettamente alcuni pezzi (ottimizzazione), eseguendo più lentamente i pezzi più lenti, per dare un’illusione di maggiore velocità ai pezzi veloci (compensazione).

Comunque, poiché a declinare sono principalmente i processi mnestici, la velocità e l’accuratezza dell’esecuzione, le risorse affettive possono compensare le perdite cognitive e la riduzione delle competenze esecutive.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net