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Spesso la prima prova viene intesa come “prova teorica”, in realtà tutte le prove dell’Esame di Stato di Psicologia sono pratiche, perché è un esame di abilitazione a una professione, non un esame universitario.


Nella prima prova, quando è un tema (come avviene spesso, ma non sempre!), ci sono punti in cui vengono chiesti strumenti e ambiti applicativi. Questi sono considerati pratici. 

Ma anche il punto in cui viene chiesta una teoria, è pratico, perché come dice Lewin, “non c’è niente di più pratico di una buona teoria”.

Lewin suggerirebbe suggerisce di non considerare le teorie come astrazioni, ma come strumenti, perché in fondo nella professione lo sono, come può essere lo scalpello per il falegname.

La teoria è un supervisore interno: aiuta lo psicologo a inquadrare un problema, suggerisce quello che può fare, su cosa concentrarsi, dove sta sbagliando, come può correggere il tiro, come può essere utile alla persona, come aiutarla a risolvere un problema.

Molti giovani psicologi, quando iniziano a lavorare, in qualunque ambito, non sanno cosa fare, cosa dire, spesso si lamentano che hanno imparato solo la teoria, ma non la pratica.

In realtà la teoria suggerisce cosa fare nella pratica.

L’Esame di Stato di psicologia è il momento in cui viene chiesto alla persona non di dimostrare cosa sa, perché lo ha già dimostrato 5 anni, è stato già valutato in tanti esami, ma di dimostrare cosa fa con quello che sa.

Senza teoria andremmo a tentoni, improvvisando. Uno psicologo che non agisce secondo una teoria, rischia di non distinguersi dal senso comune, di basarsi su ragionamenti induttivi, di risultare inefficace, ma soprattutto di essere pericoloso!

Tra l’altro è un dovere deontologico (art. 5) fare riferimento a teorie validate, e anche specificarle alla persona, nel consenso informato al trattamento.

E’ un peccato percepirle come un bagaglio di nozioni da ricordarsi, forzandosi.

Interroga la teoria: estorci tutti i suggerimenti possibili che ti fornisce. Come se dovessi pagarla e quindi, avendo pagato, pretendi che in cambio ti dia qualcosa per affrontare un problema.

Qualcosa che vada un po’ oltre quello che può dire la parrucchiera, che tende a generalizzare l’esperienza raccontata dalla cliente precedente mente faceva la messa in piega e facendola diventare regola universale.

Se poi, spremendo una teoria per capire a cosa serve e come ti aiuta, non viene fuori niente, il fatto cmq di spremerla aiuta a memorizzarla, perché rende l’apprendimento più critico.

Per “apprendimento critico” non si intende polemico e ossessivo, rivolto a dare peso al dettaglio che neanche il prof conosce, ma proprio a testarne l’utilità, per renderla degna di abitare nella tua memoria a lungo termine.

Il posto in memoria deve guadagnarselo! Il cervello è economo (lo dice la Ross), si rifiuta di trattenere dettagli inutili o cose inutilizzabile (a parte quando si è in ansia e quindi si tende a ragionare solo per dettagli e non per strutture).


Quindi: esponi la teoria come se stessi descrivendo uno strumento da utilizzare per capire un problema, per sapere perché si presenta e per capire cosa fare, arricchendo l’esposizione con esempi concreti.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net