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Molti si chiedono se occorre seguire alcune regole nella scrittura delle tre prove all’Esame di Stato di Psicologia. Ecco alcuni consigli di massima, da usare come sempre con cautela


1) Attenzione all’uso del racconto in prima persona

Oggi infatti si parla tantissimo di storytelling.

Rapportando il tutto all’Esame di Stato di Psicologia, c’è sempre la questione del gusto personale di chi corregge il compito, nel senso che in commissione ci sono 5persone, a una può piacere, a un’altra no.

Quindi per prudenza, mi cautelerei. Magari peccando di eccesso di prudenza, ma meglio non rischiare.

Ma in che modo?

Occorre sempre ricondurre ciò che si dice alla disciplina, facendo riferimento a un costrutto o a una teoria, giustificando le proprie affermazioni e anche l’uso di eventuali metafore o similitudini.

Se si inserisce una similitudine, la si contestualizza: ad esempio, si può evidenziare che attraverso un linguaggio emotivo e simbolico, si rappresenta plasticamente un contenuto scientifico.

Infatti, se si espone al paziente un concetto in termini tecnici, potrebbe non essere compreso e violare anche la regola del linguaggio di Semi (secondo cui lo psicologo non deve esprimersi in termini tecnici, ma adattare il suo registro a quello dell’interlocutore).

Ovviamente è solo uno dei mille modi per giustificare l’innesto di similitudini entro una trattazione scientifica.

Magari non servirà neanche, ma chi lo sa cosa ne pensa il prof che corregge il compito?

Se è uno che in quel momento, per mille motivi, vuole attaccarsi al linguaggio scientifico e si sente destabilizzato se si trova di fronte a una similitudine più letteraria?

Ne ho sentite e viste davvero di tutti i colori in 14 anni di didattica, quindi ho sviluppato un’ossessione per la flessibilità e la prudenza all’Esame di Stato: non si sa mai.

2) È preferibile non usare il verbo “dimostrare”

Nei temi, nei progetti e nel caso clinico si trovano spesso frasi come “l’ipotesi dimostra, l’esperimento dimostra, i test dimostrano che l’ipotesi…”

Nessun esperimento può mai dimostrare nulla, può al massimo evidenziare, rilevare, documentare, chiarire, specificare, ecc., ma “dimostrare” è troppo netto.

La scienza non ha verità assolute e tutto quello che scopre non è mai universale e potrà sempre cambiare, se si fanno nuove ricerche.

Gli esperimenti o le ricerche nella prima prova non vanno citate per dimostrare che le teorie sono vere (mi arrivano screenshot di gruppi di mutuo aiuto dove c’è questo equivoco), perché la scienza non ha questo potere (magari!).

Anche 1000 esperimenti positivi non dimostrano nulla, non consentono di fare affermazioni perentorie.

Nessuna teoria è vera in modo assoluto e definitivo e le ricerche si citano non per dimostrare che una teoria è vera, ma perché la scienza oggi possiede conoscenze su qualcosa, perché provengono o da teorie o da ricerche.

E quindi preferibilmente si mettono entrambe queste fonti che, integrandosi, ricostruiscono un quadro delle conoscenze su quel costrutto.

Ma si tratta di un quadro comunque mai totalmente chiaro e di sicuro incompleto, perché ad oggi sappiamo ben poco del cervello e di come funziona l’essere umano.

L’unica certezza della scienza è che non ci sono certezze.

3) Aggiungere riferimenti allo psicologo

Come? Ad esempio ripetendo “lo psicologo” nel compito.

Nei compiti, soprattutto nel primo, può essere utile ripetere “lo psicologo”, quindi portare l’attenzione del lettore a questa figura.

Stai esponendo una teoria? Aggiungi: “questa teoria è importante per lo psicologo, perché lo aiuta a inquadrare un problema”.

Stai descrivendo uno strumento? Aggiungi: “questo strumento è utile per lo psicologo, perché gli consente di effettuare una valutazione iniziale e finale e confrontarle, per capire se il suo intervento è risultato efficace”.

Lo psicologo fa questo, lo psicologo fa quell’altro, questo è importante per lo psicologo, a questo proposito lo psicologo…ecc.

4) Non ripetere sempre “lo psicologo” 😉

Ovviamente, tutto va dosato.

Come sempre, non si tratta di una regola fissa da applicare in modo meccanico e indiscriminato. Questo è sempre meglio ribadirlo.

È una parola chiave, dà un taglio professionale, può trasmettere l’idea che stai facendo un compito da un vertice di osservazione pratico, cioè con l’occhio del professionista che, dall’alto, riflette sul suo lavoro.

Riflette sulle teorie che lo guidano, sugli strumenti che usa, sulle attività che fa nei vari ambiti, utilizzando quelle teorie e quegli strumenti.

E non dal punto di vista dello studente universitario che fa il compitino.

Ovvio, se diventa un ripetere sempre “lo psicologo” tanto per ripeterlo, si sente che è forzato e perde il suo valore.

5) Ripetere spesso il nome della traccia

Nei compiti, in particolare nella prima prova, può convenire farlo.

Ad esempio, se esce una traccia sulla memoria, nel corso dello svolgimento del tema, ripeti spesso “memoria”.

In questo modo, se il commissario si distrae nella lettura, tu lo aiuti a mantenere l’attenzione attraverso questi “puntelli”, che gli danno l’idea che sei “sul pezzo”, che stai proprio parlando del costrutto richiesto e aderendo alla traccia.

In più, a volte, i prof correggono “buttando l’occhio”, soprattutto quando sono stanchi.

Infatti, dopo 50 compiti, l’attenzione inizia a vacillare e anche senza rendersene conto, l’occhio invece di leggere rigo per rigo, potrebbe saltare qua e là.

Allora, saltando, deve incontrare in più punti la parola-chiave della traccia, così anche da una lettura “a salti” emerge che tu sei sempre rimasto focalizzato su quel costrutto.


L’importante è usare anche questi suggerimenti in modo critico, calibrando l’uso o il non uso di qualsiasi concetto, termine, teoria o stile di scrittura. Solo così puoi trovare un tuo stile, adatto a ciò che vuoi dire e alle tue conoscenze.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net