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La psicoeducazione viene usata spesso nei progetti. Ha senso metterla? E in che modo?


Partiamo da un aspetto importante: i prof sono stufi di sentire discorsi sulla psicoeducazione.

Se la si vuole comunque inserire, perché si presta bene al tipo di progetto proposto, va dunque fatto con criterio.

Vediamo come.

Andare oltre i precotti

Andare oltre i precotti non significa essere originali ed estrosi, perché è sempre un ambiente accademico, dunque tendenzialmente ossessivo, non sempre amante della creatività e del pensiero critico e resistente ai cambiamenti (a parte numerose eccezioni).

Andare oltre significa, piuttosto, non abusarne, cioè una volta capito come funziona, applicare i presupposti, piuttosto che applicare direttamente il “protocollo” vero e proprio.

I commissari devono comunque correggere centinaia di compiti: se sono tutti uguali, ciclostilati, i primi 20 passano, gli altri risentono della saturazione del lettore e purtroppo hanno la peggio, pur avendo fatto il compito corretto.

Quello che vorrei dire è: non perché in giro ci sono progetti-minestrone, allora significa che il progetto minestrone è giusto, che va bene farli così, prendendoli a modello, come punto di arrivo.

Evitare alcuni riferimenti

Quando si parla di psicoeducazione, non serve scomodare la dicitura “focus group”, puoi anche dire solo gruppo.

Ancora: non ha senso inserire il “circle time”, che fa riferimento a un altro “pacchetto” nato per altri scopi, cioè l’educazione socio-affettiva. Si può scrivere semplicemente gruppo.

Il gruppo è quel setting in cui è possibile evitare cambiamenti “calati dall’alto” e dare più spazio al confronto, alla condivisione di esperienze, di emozioni e di risorse.

Il cambiamento negli atteggiamenti, nei comportamenti, nelle modalità di gestione delle emozioni e delle difficoltà, si ottengono appunto attraverso il confronto e la condivisione.

Il che non vuol dire che sia una chiacchierata libera, perché la chiacchierata da bar non sempre basta a promuovere i cambiamenti.

Infatti, nella psicoeducazione il setting è ben chiaro ed è presente un “moderatore”, che però non sta lì per illuminare i partecipanti con la sua sapienza (come nella fase di informazioni) né a spiegare strategie specifiche (come nella fase di abilitazione/training), ma lascia spazio ai partecipanti, alle loro esperienze, alla condivisione.

Affinché il gruppo sia costruttivo, la psicoeducazione prevede questa figura, diciamo, di “facilitatore”, quindi non di docente, di autorità, ma di supporto al processo, di metacognizione, di incanalamento delle energie.

Non è la voce fuori campo manzoniana, che sa tutto e “scodella” i suoi contenuti, ma aiuta a ragionare sui processi, li aiuta a lavorare ad un livello “meta”.

Il facilitatore fa le giuste domande e fornendo i chiarimenti così i partecipanti possono “scongelare”, come direbbe Schein, le loro categorie di lettura e di comportamento rispetto a un problema, diventare flessibili.

In questo modo, essi riescono a revisionare la concezione che hanno di quel problema, a cambiare il modo di agire e a elaborare le emozioni connesse.


Insomma, va bene la psicoeducazione, ma non si può ricondurre ogni progetto a quella, per evitare compiti omologati e rigidi.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net