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La psicoeducazione è tra le metodologie più utilizzate dai candidati all’esame di abilitazione per psicologi e in progetti per prove, esami e concorsi in psicologia. nella prova di progetto. Vediamo come usarla in modo contestualizzato e non rigido.


Origini delle psicoeducazione con Faloon

L’autore è Falloon. E’ una metodologia non clinica che lui ha definito analizzando i bisogni dei familiari di pazienti psichiatrici.

Quando lui lavorava con pazienti psichiatrici, vedeva che anche i loro familiari avevano bisogno di intervento. In particolare, avevano bisogno di 3 cose:

1) di informazioni, perché non sapevano, ad esempio, cosa fosse la schizofrenia. Anche se si informavano da soli, come si fa oggi su Google, conveniva acquisire informazioni da professionisti;

2) di confrontarsi tra loro, per condividere emozioni, difficoltà, strategie tra pari, tra famiglie che vivevano lo stesso problema;

3) di acquisire abilità per comunicare con il familiare psichiatrico: ad esempio, quando delira, cosa bisogna fare? Quando va in paranoia? Quando diventa aggressivo? Non sapevano come gestirlo e quindi avevano bisogno di imparare a relazionarsi con lui.

Ed ecco che, unendo questi 3 bisogni, Fallon ha “confezionato” la psicoeducazione. Ovviamente, semplificando.

Poi la psicoeducazione è stata estesa in ogni campo, è diventata sinonimo di intervento non clinico, in cui vengono fornite informazioni, dato uno spazio per confrontarsi, insegnate soft skills.

Il senso con cui è nata era questo.

L’utilizzo nell’esame di abilitazione

Ai fini dell’esame di abilitazione  o del progetto in prove, esami e concorsi in psicologia, la psicoeducazione è una metodologia jolly. Mi sono accorta subito delle sue potenzialità “didattiche”. L’ho proposta sin dal primo Kit per l’Esame di Stato ed è stata poi ripresa praticamente da tutti: tutor, docenti di corsi, manuali.

La psicoeducazione è flessibile, racchiude le attività principali dello psicologo e risponde a bisogni di qualunque destinatario.

Tutti, infatti, di fronte a un problema, hanno bisogno:

1) di informazioni scientifiche da professionisti;

2) di confronto tra pari;

3) di strategie efficaci per gestire quel problema.

Quindi psicoeducazione è un po’ il nome che si dà a una “cornice” che racchiude 3 attività chiave che soddisfano 3 bisogni basilari e trasversali.

E non sono attività cliniche/terapeutiche, per questo indicata per l’esame di abilitazione, così da evitare contestazioni.

Richiamare la legge 56/89

La psicoeducazione è una metodologia molto usata nei progetti, ma occorre fare attenzione: è inflazionata e spesso usata in modo rigido, quando invece ammette molte variazioni.

La psicoeducazione è un programma di attività che utilizza semplici tecniche di modifica e miglioramento degli atteggiamenti e dei comportamenti, non per obiettivi terapeutici, bensì di abilitazione, riabilitazione, promozione del benessere, perché questi sono gli interventi a cui lo psicologo è autorizzato dalla Legge 56/89, che è opportuno citare nel progetto (nella premessa teorica o nella metodologia).

Richiamare la legge e specificare che gli obiettivi e le metodologie del progetto non sono psicoterapeutiche, serve a prevenire contestazioni.

Infatti, negli ultimi anni, molti commissari sono diventati intransigenti rispetto alla distinzione tra psicologo e psicoterapeuta e non tollerano sovrapposizioni o ambiguità.

Altri commissari sono più tolleranti, soprattutto se sono psicoterapeuti, perché in fondo ciascuno di loro ha i suoi criteri di valutazione, che restano in parte soggettivi (trattandosi di esseri umani e non di robot), ma per prudenza, meglio evitare qualunque equivoco e chiarire bene i confini tra queste due figure, anche richiamando la Legge 56/89.

Evitare un linguaggio psicoterapeutico

Attenzione! Meglio parlare di “atteggiamenti e comportamenti efficaci o inefficaci” piuttosto che di “pensieri e comportamenti funzionali e disfunzionali”.

Questo perché negli ultimi anni alcuni commissari appena leggono “pensieri disfunzionali” subito possono pensare all’approccio cognitivo-comportamentale e accusare lo studente di inquinare lo svolgimento del progetto facendo riferimento ad approcci psicoterapeutici, confondendo così lo psicologo e lo psicoterapeuta.

Benché alcuni siano più tolleranti, altri sono intransigenti, quindi meglio essere prudenti e neutri.

Collegare obiettivi e attività

Ecco gli obiettivi specifici abbinabili alla psicoeducazione:

1) informare i destinatari del progetto su cause, effetti, caratteristiche, modalità di intervento sulla problematica;

2) stimolare il cambiamento di atteggiamenti e comportamenti inefficaci, individuando alternative efficaci

3) sviluppare abilità comunicative, sociali, di problem-solving, decision-making, di gestione delle emozioni e dello stress.

Le attività abbinabili agli obiettivi specifici della psicoeducazione sono:

1) Presentazione del progetto.

2) Informazione: lo psicologo informa i destinatari su cause ed effetti

3) Cambiamento di atteggiamenti e comportamenti inefficaci

4) Training per sviluppare abilità comunicative, sociali, ecc.

5) Conclusione del progetto

In questo modo hai uno schema di base per obiettivi specifici, metodologia, fasi, attività, adattabile per qualunque progetto, di qualunque tipo (sostegno, prevenzione, promozione, ecc.) e su qualunque problematica.

Occorrerà adattarlo e approfondirlo di volta in volta, considerando che è appunto solo uno schema, non una struttura rigida e universale.

Studi di efficacia

Ci sono varie ricerche sulla sua efficacia, una te la linko: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24099414.

Poi ci sono proprio i testi scritti da Falloon, anche in italiano, su Amazon, ecco il link: https://amzn.to/31EiWu1.

Un appunto sull’attività di gruppo

All’interno della psicoeducazione, non serve scomodare la dicitura “focus group”, puoi anche dire solo “gruppo”. Non ha senso neanche dire “circle time”, che fa riferimento a un altro pacchetto metodologico, l’educazione socio-affettiva, nato per altri scopi. Vi prego a zia, non fate un errore grossolano del genere.

Si può scrivere semplicemente “gruppo”. Si tratta di un gruppo di confronto, sostegno reciproco, condivisione di risorse, di esperienze e di strategie, dove lo psicologo ha un ruolo di facilitatore.

All’interno della psicoeducazione, l’attività di gruppo, come tutte le attività di gruppo, può servire a elaborare le emozioni, gestire lo stress, operare più efficacemente, modificare atteggiamenti, comportamenti e strategie inefficaci, per trovarne altri efficaci, non perché li imponga lo psicologo, ma perché emergono spontaneamente dal confronto.

Poi nella descrizione ciascuno può enfatizzare più l’aspetto emotivo, di elaborazione delle emozioni e dello stress o quello “cognitivo” di modifica degli atteggiamenti.

Sono corretti tutti e 2, nel gruppo può emergere di tutto, anche perché il funzionamento umano non è dissociato, è un tutt’uno, non si possono scindere emozioni da pensieri o comportamenti.

È solo un’eventuale enfasi che si dà, per personalizzare la descrizione, anche in base alla tematica della traccia. È un gruppo, punto, senza scomodare etichette provenienti da altri ambiti.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor per studenti lavoratori di Psicologia e TFA. Scrivimi a tutor@110elode.net per aiuto tesi.