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Queste sono le due metodologie più utilizzate dagli studenti nella prova di progetto. Vediamo alcuni dettagli.


Riguardo alla psicoeducazione, l’autore è Falloon. E’ una metodologia non clinica che lui ha definito analizzando i bisogni dei familiari di pazienti psichiatrici.

Quando lui lavorava con pazienti psichiatrici, vedeva che anche i loro familiari avevano bisogno di intervento. In particolare, avevano bisogno di 3 cose:

1) di informazioni, perché non sapevano, ad esempio, cosa fosse la schizofrenia. Anche se si informavano da soli, come si fa oggi su Google, conveniva acquisire informazioni da professionisti;

2) di confrontarsi tra loro, per condividere emozioni, difficoltà, strategie tra pari, tra famiglie che vivevano lo stesso problema;

3) di acquisire abilità per comunicare con il familiare psichiatrico: ad esempio, quando delira, cosa bisogna fare? Quando va in paranoia? Quando diventa aggressivo? Non sapevano come gestirlo e quindi avevano bisogno di imparare a relazionarsi con lui.

Ed ecco che, unendo questi 3 bisogni, Fallon ha “confezionato” la psicoeducazione. Ovviamente, semplificando.

Poi la psicoeducazione è stata estesa in ogni campo, è diventata sinonimo di intervento non clinico, in cui vengono fornite informazioni, dato uno spazio per confrontarsi, insegnate soft skills.

Il senso con cui è nata era questo.

Ci sono varie ricerche sulla sua efficacia, una te la linko: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24099414.

Poi ci sono proprio i testi scritti da Falloon, anche in italiano, su Amazon, ecco il link: https://amzn.to/31EiWu1.

Ai fini dell’Esame di Stato di Psicologia, la psicoeducazione è una metodologia jolly. Mi sono accorta subito delle sue potenzialità “didattiche”. L’ho proposta sin dal primo Kit per l’Esame di Stato ed è stata poi ripresa praticamente da tutti: tutor, docenti di corsi, manuali.  

La psicoeducazione è flessibile, racchiude le attività principali dello psicologo e risponde a bisogni di qualunque destinatario.

Tutti, infatti, di fronte a un problema, hanno bisogno:

1) di informazioni scientifiche da professionisti;

2) di confronto tra pari;

3) di strategie efficaci per gestire quel problema.

Quindi psicoeducazione è un po’ il nome che si dà a una “cornice” che racchiude 3 attività chiave che soddisfano 3 bisogni basilari e trasversali.

E non sono attività cliniche/terapeutiche, per questo indicata per l’Esame di Stato di Psicologia, così evita contestazioni.

Un appunto sull’attività di gruppo.

All’interno della psicoeducazione, non serve scomodare la dicitura “focus group”, puoi anche dire solo “gruppo”. Non ha senso neanche dire “circle time”, che fa riferimento a un altro pacchetto metodologico, l’educazione socio-affettiva, nato per altri scopi. Vi prego a zia, non fate un errore grossolano del genere.

Si può scrivere semplicemente “gruppo”. Si tratta di un gruppo di confronto, sostegno reciproco, condivisione di risorse, di esperienze e di strategie, dove lo psicologo ha un ruolo di facilitatore.

All’interno della psicoeducazione, l’attività di gruppo, come tutte le attività di gruppo, può servire a elaborare le emozioni, gestire lo stress, operare più efficacemente, modificare atteggiamenti, comportamenti e strategie inefficaci, per trovarne altri efficaci, non perché li imponga lo psicologo, ma perché emergono spontaneamente dal confronto.

Poi nella descrizione ciascuno può enfatizzare più l’aspetto emotivo, di elaborazione delle emozioni e dello stress o quello “cognitivo” di modifica degli atteggiamenti.

Sono corretti tutti e 2, nel gruppo può emergere di tutto, anche perché il funzionamento umano non è dissociato, è un tutt’uno, non si possono scindere emozioni da pensieri o comportamenti.


È solo un’eventuale enfasi che si dà, per personalizzare la descrizione, anche in base alla tematica della traccia. È un gruppo, punto, senza scomodare etichette provenienti da altri ambiti.

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