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Il DSM va considerato come uno strumento “universale” o le descrizioni dei disturbi sono relative a specifici contesti socio-culturali?


Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, edito dall’APA e giunto alla sua quinta edizione (DSM-5), categorizza tutti i disturbi finora descritti dai ricercatori.

Nonostante la sua utilità e importanza, per la preparazione all’Esame di Stato di Psicologia o i concorsi, occorre considerare la sua “relatività culturale e sociale”.

Mi spiego meglio :), con un esempio sull’introversione in America.

Stavo rileggendo il libro di Susan Cain, “Quiet – il potere degli introversi”.

In questo libro l’autrice si sofferma sul fatto che alcune patologie del DSM, come la fobia sociale, riflettano alcuni valori americani che in altre culture e per altri popoli non hanno senso.

In America, sembra che se non sei estroverso, sei malato.

Parlare in pubblico, mostrarsi sicuri di sé e saper esporre le proprie idee in modo convincente, è un requisito per sopravvivere in quel tipo di società.

Quindi chi non ci riesce, è da curare: rientra nella fobia sociale.
Ovvio, la sua è un’estremizzazione, ma ha un fondamento.

Analizzando il curriculum educativo americano, il “public speaking” è oggetto di studio fin dalle scuole primarie.

Chi va male in quella materia è come se da noi andasse male in italiano o non riuscisse a leggere o scrivere speditamente.

È una materia fondamentale quasi quanto lo sport, che in Italia a scuola non conta (infatti l’ora di educazione fisica non è culturalmente considerata fondamentale).

L’introversione nel Nord Europa è considerata diversamente.

Anche la Cain dice che la fobia sociale è una patologia che non ha senso, ad esempio, presso i paesi del nord Europa, come la Finlandia, dove sono tutti introversi!

Applicando quell’etichetta, risulterebbero tutti malati, ma presso di loro non ha nessuna rilevanza il public speaking, non passano la vita a dover convincere gli investitori della validità della loro idea imprenditoriale.

Anche in questo caso, analizzando il curriculum educativo dei paesi nordici, ad esempio, la Danimarca, si può vedere la diversità: come materia alla scuola primaria, studiano l’empatia, e pure la felicità!

Essi hanno altri valori, per cui non si può applicare rigidamente la categorizzazione del DSM, che alla fine risente della popolazione normativa da cui sono state tratte le statistiche e sono state ricavate le check-list, che è una popolazione di cultura anglosassone.

La Cain si è pronunciata prima che uscisse il DSM-5, che si è posto molti problemi sulla relatività culturale.

Ad esempio, questo manuale ha una sezione in cui suggerisce di riflettere sulla cultura di appartenenza della persona, per capire il reale significato si un sintomo, che nella sua cultura magari non è un sintomo.

Ad esempio, parlare con i morti, rivolgersi a un santone per guarire, fare rituali per invocare la pioggia, attribuire un evento agli spiriti… in alcune culture africane è così, va rispettata la magia insita in questa cultura, non si può considerare sintomo di schizofrenia, disturbo delirante o personalità schizotipica.

Però giustamente il DSM resta un manuale prevalentemente statistico e categoriale, per quanto in questa edizione sia più sensibile alla dimensione qualitativa.

Per cui, in caso di terza prova di Esame di Stato di Psicologia oppure di concorsi per psicologi, si possono fare anche questi tipi di commenti.

Si può scrivere che in un caso clinico occorre sempre comprendere i sintomi non solo in base alle check-list del DSM, ma servendosi di teorie come quella ecologica di Brofenbrenner.

Questa teoria invita ad ampliare lo sguardo sul contesto e sulle influenze che ha sull’individuo, o anche i processi educativi e di socializzazione che il bambino ha vissuto nei primi anni di istruzione, quelli che spesso danno un imprinting.


Tenere conto della relatività del DSM aiuta a non considerare le descrizioni e le classificazioni dei disturbi come assolute e universali, sottolineando il fatto che ogni sintomatologia è radicata nel contesto.

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