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Ricerche recenti hanno analizzato la correlazione esistente tra motivazione alla pratica di sport estremi e tratti di personalità. Da tali studi sono emersi alcuni risultati significativi.


Gli sport estremi sono attività competitive o non competitive che negli ultimi 20 anni ha registrato una grande espansione.

Queste attività includono, ad esempio, le discese dei canyion o delle cascate, le immersioni subacquee, il lancio con il deltaplano, lo Sci alpino su piste nere, il bunjee jumping o salto con l’elastico.

Esse sono caratterizzate da estremizzazione della componente fisica individuale, intensificazione delle sensazioni, presenza di fattori di rischio, di imprevedibilità e difficoltà che mettono alla prova i limiti fisici e psicologici.

In Psicologia, fino a pochi anni fa, la pratica degli sport estremi era generalmente associata a specifici tratti di personalità, ad esempio il temperamento ipertimico, caratterizzato da iperattivazione e da propensione a compiere azioni pericolose, pur sentendosi sicuri, come negli episodi maniacali.

Oppure, alla ricerca di sensazioni e alla propensione al rischio, la cosiddetta sensation-seeking.

La prima è intesa come la “necessità di sensazioni ed esperienze varie, nuove, complesse ed intense.

Parimenti, la propensione al rischio è la tendenza a mettere in atto comportamenti potenzialmente dannosi, ma che al tempo stesso potrebbero consentirle di ottenere qualcosa di positivo.

A tal proposito, sono state compiute diverse ricerche, da cui era risultata una correlazione tra questi tratti di personalità e le caratteristiche degli sport estremi.

Tuttavia, non sono emerse correlazioni tra presenza di ricerca di sensazioni e propensione al rischio e pratica di sport estremi.

È stato individuato anche un costrutto sovraordinato, cioè la “ricerca impulsiva di sensazioni”, come un deficit nella capacità di inibizione dei comportamenti pericolosi finalizzati ad ottenere una ricompensa.

Eppure, negli ultimi 10 anni sono state compiute ricerche più specifiche sugli sport a rischio, che stanno restituendo uno scenario molto diverso.

Sono stati analizzati gli sport sulla neve, gli sport d’acqua come le immersioni e quelli d’aria come il bunjee jumping.

Dai dati disponibili, innanzitutto sono emersi diversi profili di personalità e diverse motivazioni, tanto da rendere difficile generalizzare sulle motivazioni.

Si sono distinte anche sotto-categorie specifiche, perché per esempio, negli sport invernali, gli snowborders risultano più disinibiti, suscettibili alla noia e bisognosi di stimoli rispetto agli sciatori, inclusi quelli che praticano su piste nere.

Per quanto riguarda le immersioni, non è emersa tra i sub un’elevata propensione al rischio, anzi essi utilizzano diversi dispositivi di sicurezza e non si avventurano.

In questo caso, le motivazioni sono state quelle affiliative e introspettive.

Infatti, ogni subacqueo aspetta il compagno che è rimasto indietro, risale prima se uno dei compagni ha terminato il gas nella bombola, vigila per assicurarsi che gli altri non abbiano problemi.

Infine, riguardo agli sport d’aria e di terra, come le scalate in montagne, le spedizioni polari, il volo con il deltaplano, il salto con l’elastico, i partecipanti non sono alla rincorsa della sensazione, del brivido e del pericolo.

Essi, tuttavia, presentano difficoltà nella regolazione emotiva e un ridotto senso di auto-efficacia nella vita quotidiana, quindi queste attività al limite, che richiedono sforzo e audacia, svolgono una funzione di compensazione.

Chi avverte delle carenze nel suo contesto, che non lo stimola, non gli offre l’occasione di costruire un’auto-efficacia, potrebbe cercare dei mezzi alternativi per raggiungere questa sensazione di benessere, di padronanza, di prestazione e di possibilità di controllo e regolazione delle emozioni.

In particolare, sembra che gli scalatori percepiscano insoddisfazione e scarsa efficacia nelle relazioni interpersonali, mentre la scalata sulle vette consente di  disinvestirsi temporaneamente dalle relazioni interpersonali strette della vita quotidiana e relazionarsi alla natura.

Anche se si provano emozioni negative, stress e sforzo, questi aspetti in montagna sono percepiti come generati da se stessi, e non come effetto di situazioni quotidiane o interpersonali su cui non si ha controllo.

Ciò che lo sport estremo offre non è tanto la sensazione in sé, quanto  la possibilità di essere agenti attivi, di avere il controllo, di riconoscersi come coloro che hanno determinato specifiche e che non le hanno subìte.

Inoltre, l’esperienza di essere agenti della propria regolazione emotiva in ambienti altamente stressanti per un periodi di tempo prolungati potrebbe far sentire le persone maggiormente in grado di regolare le proprie emozioni in altri ambienti stressanti a cui sono esposti per periodi prolungati nella quotidianità.

La realtà quotidiana, infatti, potrebbe essere percepita come insoddisfacente, soprattutto quando si hanno elevate aspettative e standard.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net