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Spesso i libri riportano una teoria sotto un’etichetta, ad esempio, “teoria dell’attenzione”, in realtà quella stessa teoria può essere usata anche per altri argomenti. Ecco un esempio che spiega ciò.


Ci sono due teorie, che nei manuali vengono etichettate in modo diverso, ma descrivono lo stesso meccanismo.

Sono la teoria del filtro, generalmente classificata come “teoria dell’attenzione”, e la teoria di Craik e Lockhart, generalmente classificata come “teoria della memoria”.

E va bene, perché i manuali devono pur trovare una collocazione e fare una suddivisione per capitoli. Però, la teoria di Craik è anch’essa una teoria che spiega a cosa si fa attenzione e a cosa no.

Entrambe le teorie riguardano, in un certo senso, un guardiano che fa selezione all’ingresso tra tutte le cose che vogliono entrare nel sistema cognitivo, decide quali ammettere e quali rifiutare.

Broadbent dice che entrano gli stimoli significativi, come il proprio nome: se viene pronunciato, la persona lo capta pure nel caos di una festa (effetto coacktail party).

Anche Craik dice che entrano gli stimoli significativi.

Craik inoltre dice che entrano nel sistema cognitivo gli stimoli chiari, organizzati, collegati tra loro, che si integrano con le conoscenze già apprese, che formano un tutto organico, dotato di significato, perché anche a livello neuronale, le conoscenze si organizzano in una rete con nodi, non sono depositate una isolatamente dall’altra.

In un certo senso, questo poi lo dicevano già i gestaltisti, facendo riferimento all’importanza di strutturare una serie di elementi, piuttosto che considerarli isolatamente.

Quindi anche la Gestalt spiega le condizioni che facilitano le operazioni cognitive che sono tutte riconducibili a una, cioè l’unificazione, perché appunto organizza più stimoli in un tutto organico e dotato di senso.

Che poi gli autori dei manuali ripartiscano queste teorie in capitoli, assegnando etichette, non deve però far presupporre che una teoria sia utilizzabile sempre e solo sotto quell’etichetta. sarebbe riduttivo rispetto alla complessità del funzionamento psicologico, che non va ” a etichette”.

Ok le etichette all’inizio dello studio, quando si ha bisogno di una struttura più contenitiva, però poi conviene staccare le etichette, come si fa coi bollini sulle banane.

E’ sempre utile fare questa operazione metacognitiva per arricchire il compito, senza sovraccaricare il sistema cognitivo di troppi nomi e teorie perché poi arriva a un punto che è pieno, non entra più niente, si irrigidisce e quando va bene, finisce lo stesso per fare un compito scarno, quando va male, si paralizza di fronte a etichette inconsuete che possono sempre uscire.

Togliere le etichette non significa però usare indiscriminatamente qualunque teoria per qualunque argomento, senza riflessioni e ragionamenti. Questa non è un’operazione metacognitiva, ma si ridurrebbe a staccare un’etichetta per sostituirla con un’altra.

Un’altra strategia (hai già letto le altre?) per ricavare punti di forza o debolezza di una teoria lo suggerisce Aristotele, con la frase che poi è diventata un proverbio: “la virtù sta nel mezzo”.

Questo significa che, lo stesso contenuto positivo, se portato all’eccesso, diventa negativo.

Ad esempio: le teorie della memoria o quelle dell’attenzione evidenziano che, per ricordare le cose, occorre che abbiano un significato e siano emotivamente importanti.

Ok, ma non considerano che ci vuole misura in questo, perché l’eccesso di memoria, diventa fonte di stress e di disagio.

Infatti, ci sono esperienze emotive intense, come quelle traumatiche, formate da ricordi, da immagini brutali di cui uno vorrebbe liberarsi, e non ci riesce.

Si fissano nella memoria e uno non riesce a cancellarle (da qui l’appeal commerciale di tante tecniche che promettono di “cancellare” i ricordi intrusivi).

Va bene ricordare, ma è salutare anche dimenticare, altrimenti la mente e la memoria si sovraccaricano troppo.

Oppure, l’attenzione: le teorie dell’attenzione suggeriscono modalità con cui appunto focalizzarsi, concentrarsi senza distrarsi.

Ok, ma se portati all’eccesso, questi meccanismi diventano patologici ed aprono la via al disturbo ossessivo.

Infatti, l’ossessività è un’attenzione portata all’eccesso, che diventa persecutoria, perché orienta la mente a cogliere ogni minimo dettaglio, scotomizzando la percezione della realtà, rendendola iper-analitica e parcellizzata, quindi anche difficile da controllare, fonte di ansia.

Quindi va bene l’attenzione, ma non eccessiva, infatti è salutare anche saper staccare, distanziarsi e spostare il focus da una cosa all’altra (shifting).

Anche questo spostamento, se portato all’eccesso, diventa però dispersivo (multitasking).

Quindi, le teorie evidenziano sì alcuni meccanismi importanti per potenziare una funzione l’attenzione, la memoria, ecc.).

Tuttavia, spesso non approfondiscono il fatto che occorra poi saper dosare quei meccanismi, perché senza saperli regolare, rischiano di diventare pericolosi, disfunzionali o patologici.


Questa riflessione si può applicare a qualunque teoria, sia quando è richiesta dalla traccia (“il candidato illustri i punti di forza e debolezza della teoria scelta”), sia quando non è richiesta, per rendere critica la trattazione ed eventualmente poi introdurre il costrutto sovraordinato.

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor per studenti lavoratori di Psicologia e TFA. Scrivimi a tutor@110elode.net per aiuto tesi.