Seleziona una pagina

Il caso clinico non è una prova di psicoterapia. Vediamo quali sono le differenze.


Nelle prime sessioni dell’Esame di Stato di Psicologia, la terza prova sembrava una prova di psichiatria, perché i commissari fornivano un caso clinico, in cui occorreva elencare i sintomi e ricondurli a un disturbo.

E sembrava anche una prova di psicoterapia: una volta effettuata l’ipotesi diagnostica, occorreva descrivere un trattamento basato su un approccio.

Per anni, i commissari hanno accettato questa modalità di svolgimento. Poi le sensibilità sono cambiate, i commissari hanno iniziato a contestare il taglio troppo psichiatrico e psicoterapeutico, e hanno iniziato a pretendere, giustamente, un taglio psicologico.

Non che quello psichiatrico sia svanito, ma oggi generalmente convive con quello psicologico, che sta assumendo sempre maggiore importanza ai fini della promozione o della bocciatura.

Il taglio psicoterapeutico è in estinzione, richiesto da poche commissioni, come riferimento interno a uno o due paragrafi.

La situazione in cui ti puoi trovare, quindi, è varia, dipende dall’ideologia che hanno i tuoi commissari, se sono della vecchia guardia, se sono moderni, ecc.

Per questo, dovrai essere pronto a esaudire qualsiasi richiesta: integrare commenti psichiatrici, psicologici e psicoterapeutici.

Oppure fare esclusivamente commenti psicologici, oppure bilanciare commenti psichiatrici e psicologici, aggiungendo poi un breve riferimento psicoterapeutico nel paragrafo dedicato al trattamento.

Nel caso clinico, è importante poi definire il setting, cosa che viene spesso richiesta dalle tracce.

Il setting non è soltanto lo studio fisico in cui si ricevono i pazienti/clienti, con la scrivania in radica e la laurea incorniciata alle spalle, ma implica la definizione di tutti gli elementi utili all’intervento e il contesto per far sì che la persona costruisca una risposta al suo disagio, per dare chiarezza e confini all’intervento.

Spesso la mancanza di un setting, fa spaziare troppo la mente, crea equivoci e problemi.

Hai presente su alcuni gruppi, anche di professionisti, in cui si lancia una domanda generica e avulsa da un contesto, senza nessun altro elemento e riferimento, e nel giro di 2-3 risposte, già si è scatenato il flame, e sono partiti insulti, dinamiche interattive disfunzionali, anche se il gruppo è composto da illustri professionisti super-laureati e di indole calma e riflessiva?

Idem nel lavoro psicologico: molti problemi ed equivoci che le persone presentano allo psicologo, nascono perché la persona ha formulato una domanda generica.

Infatti, spesso basta definire il setting, ricomporre il puzzle, con tutti i pezzi, contestualizzare il tutto e la persona da sola arriva alla risposta, anche in un incontro (talvolta nel primo!).

Magari poi dice “già, come ho fatto a non pensarci, era così evidente! – Sottinteso: “ti ho dato pure 50 euro ed era una cosa così banale! Sti pissicologi che chiedono tanto quando il nocciolo della questione era così banale”.


D’altronde, i pezzi la persona li aveva tutti, però sparsi o non li considerava, spesso proprio per il caos e l’ansia che generano tanti elementi sparsi e non individuati e cuciti insieme.

The following two tabs change content below.
Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net