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La terza prova dell’EdS è un caso (ma non sempre!) su cui ragionare clinicamente


La traccia della terza prova dell’Esame di Stato di Psicologia fornisce elementi, rispetto a cui puoi fare un commento di tipo psichiatrico e psicologico.

In aggiunta, se è richiesto, anche un commento riferito ad un modello teorico.

Quest’ultimo non è sempre richiesto, non essendo un esame di psicoterapia.

Tuttavia, in commissione possono esserci psicoterapeuti della “vecchia guardia”, legati a modelli teorici.

La loro “forma mentis” può riflettersi anche nelle richieste della traccia clinica.

Per questo, anche essendo una terza prova di Esame di Stato di Psicologia (e NON di psicoterapia), può, appunto, richiedere talvolta anche il riferimento a un modello teorico (o approccio terapeutico o in qualunque altro modo lo chiamino).

In commissione possono convivere sia membri che vogliono un modello teorico (come i professionisti della “vecchia guardia”), sia membri che non lo vogliono.

Questi ultimi ci tengono che lo studente distingua in modo chiaro il lavoro dello psicologo e dello psicoterapeuta.

Poiché nessuno può sapere, né prevedere cosa penserà il commissario specifico che correggerà la tua prova, per prudenza, occorre attenersi rigorosamente alla traccia, svolgere tutti i punti della traccia, nell’ordine richiesto, senza indebite sovrapposizioni.

Una cosa importante nella terza prova è formulare una o più ipotesi diagnostiche (dipende quante ne chiede la traccia).

E qui si manifesta spesso il “bisogno di chiusura” (come lo chiamano i gestaltisti) dello studente che svolge il caso clinico.  

Questo bisogno si esprime attraverso domande che iniziano con “si deve fare così o cosà? Come si deve fare? Cosa bisogna fare?

Devo interpretarlo così o cosà? Bisogna fare così o cosà?”

Domande che presuppongono risposte perentorie, secche ed esprimono il bisogno di trovare regole, formule, di mettere un punto fermo, di “chiudere”.

Sono frequenti nei gruppi di studenti.

Alla terza prova, il bisogno di chiudere si esprime cercando di arrivare a una diagnosi, di capire cosa abbia quella persona, di inquadrarla e incasellarla in modo plausibile.

“E’ più un disturbo X o Y? No, non può essere X, per questo e quel motivo: metti Y!”.

Però il vero lavoro dello psicologo non sta nell’arrivare a dire X o Y, ma in tutto il processo dialettico che ci sta dietro.


Lo psicologo quando lavora, sia in ambito clinico che non, non “chiude”, ma apre, grazie appunto a ragionamenti che aprono ed esplorano. Non chiudere e non ti chiudere ;).

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