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Riflessioni di una psicologa e tutor sull’esperienza scolastica narrata nella serie “Tredici”


Gli studenti conoscono le materie, ma non conoscono se stessi

Gli studenti americani, protagonisti di questa serie, seguono lezioni approfondite, fanno ricerche per prendere bei voti. Tutto è finalizzato a crescere culturalmente e cognitivamente. Ma  a scuola, mancano percorsi di educazione-affettiva, a parte le sporadiche lezioni sulla comunicazione, che non vengono neanche prese sul serio.

La scusa più amata dai genitori: “devo fare una ricerca”

Quando gli studenti vogliono nascondere qualcosa ai genitori, anche solo per preservare la loro privacy, ricorrono a una scusa: “devo fare una ricerca”. Questa formula magica consente di vedersi di nascosto da un amico, uscire quando la scuola è chiusa, darsi appuntamento tra ragazzi, tranquillizzando i genitori. Di fronte a questa scusa, i genitori subito si azzittiscono. Anche loro, quindi, sembrano focalizzati solo sul funzionamento cognitivo dei figli e sulle loro prestazioni scolastiche, più che delle loro emozioni.

Viene stimolata la competizione più che la cooperazione

Le pareti delle aule sono tappezzate di slogan che inneggiano al successo, invitano a porsi grandi obiettivi, spesso irrealistici e stimolano la competizione, piuttosto che la cooperazione. Se si dà così tanta importanza al risultato, più che al processo, si rischia di sentirsi autorizzati a sopraffare gli altri, pur di affermarsi.

O eccellenti o perdenti

Nella scuola di HannaH viene organizzato un open-day universitario, in cui i diversi college “vendono” la loro proposta formativa, con toni sensazionalistici e markettari, garantendo anche borse di studio per non abbienti e meritevoli. HannaH si preoccupa, perché non ha le risorse economiche per pagare il college, e non rientra neanche tra gli studenti brillanti, avendo voti medi o bassi. Chi non brilla, che fine fa? In pratica o si è i migliori o si è condannati al nulla. La maggior parte degli studenti si colloca nella media. Non hanno voti altissimi, ma anche loro hanno potenzialità che meritano di essere sviluppate. Si sentiranno inadeguati e perdenti per il solo fatto di non eccellere.

Come la scuola ha affrontato lo shock

Dopo il suicidio di HannaH, nella scuola sono stati affissi manifesti con la scritta “Il suicidio non è un’opzione!”. In realtà, è troppo ardi: bisognava agire di prevenzione. In più, attraverso questi messaggi “in negativo”, si rischia di incuriosire e di spingere a valutare questa opzione, anche solo per ribellione adolescenziale verso gli imperativi degli adulti o per creare clamore o sensi di colpa negli altri. Più che focalizzarsi su cosa non si debba fare, dopo che qualcuno purtroppo lo ha fatto, sarebbe stato opportuno lavorare sullo sviluppo di abilità emotive e sociali, che avrebbero aiutato a prevenire il gesto e creato una cultura gruppale costruttiva e positiva. 

La mancanza di empatia uccide due volte

Diverse recensioni di questa serie hanno “giudicato” la scelta estrema di HannaH: secondo alcuni, la ragazza ha esagerato, perché alcuni comportamenti da lei segnalati erano gravi, altri meno e altri ancora sono del tutto “normali” in adolescenza e tutti li hanno subiti senza traumi e senza suicidarsi e senza colpevolizzare.

Purtroppo non è possibile stabilire criteri esterni da applicare agli eventi, per decidere quale reazione sia giusto avere o quali emozioni sia giusto provare. Le emozioni e le risonanze di ogni evento cambiano da una persona all’altra e non ci sono emozioni giuste o sbagliate o esagerate. Sono le emozioni di quella persona ed è doveroso rispettarle, anche se diverse da quelle che un altro proverebbe nella stessa situazione. 

Nessuno può decidere cosa deve provare una persona, come deve reagire e quanto deve soffrire. L’empatia suggerirebbe di rispettare i vissuti degli altri più che giudicarli attraverso i propri pesi e le proprie misure. La stessa mancanza di empatia, di cui la giovane protagonista ha sofferto nella vita, gli viene inferta anche dopo il suicidio. Tutti a giudicare l’appropriatezza delle sue emozioni. Alla fine, quei 13 motivi hanno tutti lo stesso filo conduttore, al di là della presunta oggettiva “gravità” delle azioni degli altri. 

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Sono Stella Di Giorgio, psicologa e tutor. Scrivimi a tutor@110elode.net